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#NoProfit & Venezuela

Venezuela: rispetto della legge o colpo di stato?

Di Alberto de Filippis
(tutti i diritti riservati, riproduzione SOLO con citazione dell’autore)

«Il Venezuela conosce i disordini tipici di un paese povero, sudamericano, come a dire sottosviluppato».

Nonostante internet e la miriade di informazioni veicolate su reti sociali, stampa e televisione, è grosso modo questo il convincimento di molti italiani che sentono parlare di eccidi e di una rivoluzione che non capiscono e non conoscono. Spesso i media detti generalisti, per tempo contingentato o mancanza di esperienza dei propri giornalisti, non riescono a spiegare davvero come si sia arrivati a che uno dei paesi più ricchi del mondo sia ormai alla fame.

Le origini economiche del disastro

Il Venezuela, o piccola Venezia perché questo vuol dire il suo nome, galleggia su di un mare di greggio. Secondo stime indipendenti le riserve del paese, soprattutto nella zona dell’ Orinoco, supererebbero quelle dell’Arabia Saudita.

Una ricchezza a cui i vari governi si sono affidati.

Quando Hugo Chavez prende il potere attraverso libere elezioni (succedute pero’ a un suo tentativo di golpe) decide di utilizzare PDVSA, l’azienda petrolifera di Stato, per i suoi fini politici e propagandistici.

Non si tratta sempre di fini malvagi, ma sono delle scorciatoie e come tali non possono funzionare.

Chavez moltiplica del 400% il numero di lavoratori di PDVSA.

A questa espansione geometrica pero’, non corrisponde un aumento della produttività.

L’azione è fatta per creare più lavoro, e PDVSA arriverà ad avere oltre 100.000 impiegati, attraverso però un aumento sconsiderato dei costi di gestione.

Sempre sotto Chavez la spesa pubblica aumenta del 300%.

Fra gli elementi positivi il fatto che la povertà, nei primi anni del governo chavista, cade dal 60% alla metà, il 30%. In queste condizioni però non può durare.

Chavez comincia da subito a lamentare tentate ingerenze dell’impero negli affari del Venezuela.

La verità è pero’ un’altra, dal francese Sarkozy all’americano Obama, nessuno in quegli anni rifiuta il petrolio venezuelano.

Negli Stati Uniti prospera Citgo, una catena di pompe di benzina che appartengono proprio al gigante venezuelano PDVSA.

Nel 2012 il 95% dell’export venezuelano arriva a dipendere dall’oro nero.

Se però da un lato Chavez vende il suo petrolio a chiunque, all’interno la sua politica di espropri strangola l’economia privata.

Solo pochi gruppi riescono a sopravvivere, ma fino a quando il prezzo del petrolio resta alto, anche gli altissimi costi di produzione possono venire tollerati.

Nel 2014 accade qualcosa che nessuno poteva attendere.

Il prezzo del petrolio crolla.

Probabilmente questo deriva anche da una decisione politica dei paesi arabi che preferiscono aumentare la produzione per strangolare la concorrenza, fatto sta che il Venezuela, che non ha investito nel sistema-paese, ma ha preferito vivere di rendita, si trova con introiti sempre più bassi, ma con salari da pagare e con il costo di estrazione del petrolio che supera i proventi della vendita.

Arriva Nicolás Maduro

Nel 2014 Hugo Cavez è già morto e al suo posto è subentrato il suo delfino, o forse meglio sarebbe dire balenottero vista la stazza: Nicolás Maduro Moro.

Ex autista di autobus, ex guardia del corpo di Chavez, formato ideologicamente a Cuba, arriva a prendere una delle peggiori decisioni della storia venezuelana: stampare moneta per ottenere liquidità.

Questo provoca svalutazione e l’inflazione esplode.

Nei primi mesi del 2015 i prezzi triplicano in poche settimane.

Questo vuol dire anche la fine delle missioni sociali volute da Chavez.

In questo caos il governo continua a considerare il cambio del Bolivar, la moneta nazionale, di 1 a 10.

Il governo ritiene quindi che un dollaro valga appena 10 Bolivares.

Un cambio irreale e impossibile da affrontare per chiunque abbia un’impresa privata.

Se un macellaio avesse comprato carne dalla Colombia (l’industria agropecuaria in Venezuela è stata abbandonata) e l’avesse pagata per esempio 10 dollari al chilo, e se poi avesse voluto rivenderla facendoci un guadagno lecito, non avrebbe potuto.

Perché il valore reale di quella carne in bolivares era infinitamente superiore a quello determinato dal governo.

Governo che aveva anche fissato un controllo dei prezzi che portava gli imprenditori a non riuscire a sopravvivere a meno di vendere sul mercato nero.

Siccome nessun paese produce la totalità di quello di cui ha bisogno al suo interno (l’autarchia non ha mai funzionato) il Venezuela non si trovava in condizione di soddisfare la domanda interna e le cose hanno iniziato a peggiorare fino a quando si è arrivati all’assurdo che al Venezuela oggi conviene di più comprare petrolio all’esterno piuttosto che estrarlo.

Le cose hanno continuato a peggiorare favorite dalla corruzione endemica che il sistema chavista ha favorito, ma l’ottima capacità di comunicazione dell’esecutivo, unita a prebende distribuite all’estero a media e partiti amici, hanno fatto il resto.

È passato cosi’ il concetto che il Venezuela si trovasse in questa situazione a causa di un non ben definito embargo degli Usa, simile a quello verso Cuba.

In realtà Washington ha sempre fatto affari con il Venezuela e quando le cose hanno cominciare ad andar male le sanzioni sono state rivolte verso alti papaveri del regime e non contro il popolo venezuelano.

Maduro ha sempre più stretto la cinghia, non tanto a sé stesso, perché l’uomo è addirittura ingrassato, quanto al suo popolo.

L’ingerenza di Cuba, da sempre presente nei gangli del paese, si è fatta molto visibile.

All’estero intanto i corifei del chavismo hanno continuato a propagare fake news favoriti da una certa impreparazione dell’opposizione nazionale venezuelana, dilaniata al suo interno fra voglie di protagonismo e manifesta incapacità organizzativa.

Mandarini di diversi partiti, dall’eterno candidato Henrique Capriles, a Henry Ramos Allup, si sono fatti la guerra favorendo il governo che ha avuto gioco facile sino a poche settimane fa.

Quando le cose sono cambiate.

E ti spunta Guaidó

Fino a poco tempo fa quasi nessuno conosceva Juan Guaidó.

Presidente dell’Assemblea Nazionale, ovvero il parlamento nazionale, si sarebbe autonominato presidente ad interim con il compito di traghettare il paese a libere elezioni entro 30 giorni.

Tutto inizia nel 2018.

Il parlamento, dove l’opposizione è maggioritaria perché ha stravinto le ultime elezioni politiche libere, viene esautorato da una contestatissima sentenza del tribunale supremo venezuelano.

Allo stesso tempo Maduro crea un’Assemblea Costituente con il compito di riscrivere la costituzione.

Una costituzione che aveva già cambiato Hugo Chavez pochi anni orsono e che non aveva esitato a definire «la più bella del mondo».

Siccome è nei dettagli che il diavolo nasconde la coda, Maduro investe la nuova assemblea di « poteri plenipotenzari».

Come a dire un neoparlamento che dipende completamente dal governo.

Ma torniamo al parlamento esautorato.

In esso esiste un sistema di turni.

Ogni partito assume la presidenza a turno e stavolta toccava a Voluntad Popular, il partito di Leopoldo Lopez arrestato dopo le proteste antigovernative del 2013, attualmente ai domiciliari e inabilitato a qualsiasi azione politica.

Guaidó, un giovane di circa 35 anni, attivista della prima ora, viene incaricato di assumere la presidenza anche perché tutti gli altri leader politici sono riparati all’estero o rifugiati in ambasciate per evitare l’arresto.

Le cose precipitano il 10 gennaio 2019, quando Maduro giura per il suo secondo mandato.

L’opposizione, che non aveva partecipato alle elezioni di maggio, non riconosce Maduro come legittimo presidente e nemmeno lo fanno gli Stati Uniti, l’Unione e Europea e il cosiddetto Gruppo di Lima che riunisce la maggior parte dei paesi latinoamericani e il Canada.

Il giorno dopo Guaidó si dirige alla gente e denuncia Maduro come usurpatore, chiede all’esercito di sostenere la popolazione e chiede aiuto alla comunità internazionale per sollevare Maduro dal suo incarico.

Inoltre invita i compatrioti a partecipare alla marcia del 23 gennaio, una data simbolica perché, nel 1958, era stata il giorno che aveva segnato la caduta di un altro dittatore, il generale Marcos Pérez Jiménez.

Perché le polemiche?

Guaidó pero’ l’undici gennaio, dice anche altro e si riferisce agli articoli 233, 350 e 333 della costituzione bolivariana.

E qui comincia la disputa favorita da alcuni errori di comunicazione di Guaidó, prontamente sfruttati dal chavismo, e da alcuni atteggiamenti del suo campo: i vecchi mandarini che non tollerano di farsi da parte, ma anche la stessa Assemblea Nazionale che non è stata inizialmente chiara sul fatto che accettasse o meno il nuovo presidente ad interim.

La costituzione dice chiaramente che di fronte a gravi fatti commessi dal presidente, spetta proprio al presidente del parlamento di prendere le redini del paese e traghettarlo a elezioni.

Siccome pero’ il chavismo aveva fatto esautorare un parlamento inviso al governo, la propaganda di Stato ha fatto passare l’idea dell’autoproclamazione.

Il beneficio del dubbio

Anche a voler dare al chavismo il beneficio del dubbio sul fatto che le elezioni che hanno portato Maduro al potere siano state legittime, bisognerebbe allora capire perché al giuramento di Maduro hanno partecipato tutti i giudici del tribunale supremo (si proprio l’entità che aveva esautorato e messo fuori legge il parlamento) meno uno : Christian Zerpa.

È fuggito negli Stati Uniti e ha denunciato quello che a Caracas è un segreto di pulcinella, ma che nessuno aveva mai osato proferire : che il tribunale supremo è direttamente controllato dal governo.

Ma perché Maduro è illegittimo ?

Qui non si parla di brogli, che a detta degli osservatori internazionali ci sono stati, ma della stessa costituzione venezuelana.

Le consultazioni del maggio 2018 che hanno portato all’elezione di Maduro sono state indette dall’Assemblea Costituente e non dal Consiglio Nazionale Elettorale.

E questa è già una violazione della costituzione.

Senza dimenticare che a molti leader dell’opposizione è stato impedito concorrere.

Sono stati accusati di tutto, dal terrorismo alla banda armata.

Solo mancava l’abigeato.

Quindi se le elezioni sono state convocate in modo irregolare, Maduro non è mai stato eletto e non può insediarsi.

La costituzione venezuelana inoltre, dice che le elezioni presidenziali debbono convocarsi con almeno sei mesi di anticipo per permettere a tutti di preparare la propria campagna.

Quelle del maggio 2018 sono state convocate con meno di sei settimane di anticipo.

Infine Maduro avrebbe dovuto giurare di fronte al parlamento (che pero’ lui stesso aveva esautorato) e non di fronte ai giudici del tribunale supremo.

Il governo si difende affermando che il parlamento è stato messo fuorilegge da una sentenza del tribunale supremo nel 2016 e giustifica quindi il giuramento.

Una risposta a cui, però, credono solo i poco informati e gli haters in rete.

Il progetto di Maduro sembra ormai quello di svuotare il legislativo di qualsiasi potere e mettere tutto nelle mani dell’esecutivo.

Il problema resterebbe però anche se Maduro cadesse in quanto il sistema chavista ha per ora l’assoluto controllo del paese.

La notte insomma, per la Piccola Venezia, è ancora lunga.

Francesca Guatteri

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Francesca Guatteri