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#Racconti da Seoul

Baby box – Pensare fuori dagli Schemi



Gli adottati vengono spesso identificati come dei bambini e quando si parla di adozione spesso si rimanda il proprio immaginario collettivo ad una giovane coppia che cerca di formare una famiglia o ad una mamma che non può tenersi il suo bambino. Di fatto la nostra mente si ferma al mondo dell’infanzia. Questi bambini che vengono lasciati dalle loro mamme naturali e che vengono adottati da giovani coppie per formare una famiglia con gli anni crescono e diventano cosi, a loro volta, adulti.

La Corea del Sud conta di quasi 200.000 bambini che hanno viaggiato in adozione internazionale dopo la guerra tra le due Coree tra i quali quasi 400 sono arrivati a famiglie italiane, 14 mila in Francia, 150 mila negli USA e così via.

Dopo le Olimpiadi di Seoul del 1988 il mondo ha conosciuto la Corea del Sud e i suoi adottivi nel mondo hanno incominciato a desiderare di andare a visitare quel paese di cui avevano visto le immagini in televisione.

Soprattutto gli adottivi in America hanno cercato a lungo di stabilirsi a Seoul, pur incappando, ben presto, nelle loro difficoltà di integrarsi, sia culturalmente che linguisticamente.

Piano piano sono nati programmi governativi con la finalità di aiutare gli adottivi ad integrarsi, potendo imparare la lingua locale, così come la cultura e la tradizione.

Gli adottivi adulti oggi residenti a Seoul sono più di 4 mila!

Sono tornati nel loro paese di nascita, hanno imparato la lingua, cercato di conoscere il loro passato e con il tempo si sono mischiati tra la folla insieme ai coreani locali.

Oggi, dopo aver risolto il loro passato, si uniscono e sono porta voce di problemi raziali, sull’adozione e combattono insieme cambiando anche le leggi.

Nel 2015 è uscito negli Stati Uniti un documentario chiamato Drop Box. Il film racconta la storia del Pastor Lee Jong-rak che ha costruito una “scatola per i bambini” all’esterno di casa sua : questa scatola per bambini rende possibile per chiunque, in particolare per le madri non sposate, abbandonare i loro figli in forma anonima.

Il film Drop Box vuole celebrare Pastor Lee presentando un racconto della sua vita, il suo viaggio verso la creazione della scatola per i bambini e il lavoro che sta facendo per i bambini di Corea. Il Film parla di storie umane fatte di amore e di speranza. Credo che Pastor Lee, nel suo impegno, sia una persona che ha rinunciato alla sua vita per aiutare questi bambini e che abbia fatto molto affinchè i bambini non vengano lasciati per strada o in qualche bidone della spazzatura dove potrebbero perdere anche la vita.

Tuttavia gli adottivi in Corea vorrebbero arrivare a parlare del problema a valle e del bisogno di creare una scatola per bambini.

Le ragazze madri in Corea del Sud vengono emarginate totalmente dalla società, vengono licenziate dal lavoro, rinnegate persino dai loro genitori e poi l’aborto là è illegale. Queste donne vivranno per sempre con uno stigma che tramanderanno anche al loro figlio ed, inoltre, non viene offerto alcun supporto a famiglie che hanno bambini con dei problemi fisici o psichici o con la sindrome di down.

Per le ragazze madri con bambini sotto i 12 anni è previsto un supporto di 70.000 ₩ ($ 63 USD) al mese da parte del governo, solo se la madre guadagna meno oltre 1,2 milioni di won ($ 1.082 USD) al mese. Secondo l’Istituto per lo sviluppo delle donne coreane, solo il 15,6% delle 213 intervistate sono ragazze madri e single e che ricevono il sostegno di padri dei loro figli.

I padri sono legalmente responsabili per sostenere finanziariamente i loro figli. Tuttavia, al fine di tenere conto dei padri, le madri devono individuare i padri, stabilire la paternità, ed entrare in un processo lungo e contenzioso, che, nella maggior parte dei casi, non arriva ad una sentenza favorevole per la madre. Infine, le ragazze madri devono affrontare anche la discriminazione nel mondo del lavoro e sono spesso licenziate quando viene scoperto.

Le ragazze madri coreane si sentono come se non avessero altra scelta che l’abbandonare i loro figli in forma anonima.

Tutti potrebbero riconoscere nella scatola per i bambini qualcosa di buono ed ammirare il lavoro che viene fatto per i bambini orfani coreani, tuttavia questi bambini non sono orfani perché hanno una madre che però, attraverso la scatola per bambini può rimanere nell’anonimato.

Il sapere le proprie origini per una persona dovrebbe essere un diritto e non un privilegio.

Il poter capire e umanizzare il dolore delle madri sarebbe importante e capire le emozioni di queste donne che si sentono costrette ad abbandonare inoltre sarebbe più utile poter parlare del valore della famiglia e aiutare queste famiglie a crescere e a stare insieme invece che sviluppare la divulgazione dell’esistenza del baby box.

Avere una famiglia è importante. Pensiamo al di fuori degli schemi.

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Sara Bramani

L'autore

Sara Bramani

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