Coronavirus: diario di una quarantena – 16 marzo 2020

di Francesca

 

Milano, 16 marzo 2020

 

Care bambine,

da diversi giorni, per tutti noi, è iniziata a tutti gli effetti la quarantena per il coronavirus, che per qualcuno sul calendario coincide con il giorno 23 e per qualcun altro al giorno 11.

Noi personalmente abbiamo abolito del tutto le uscite, se non per fare la spesa, a partire dal 5 marzo.

Social: non più #MIlanononsiferma e #mangiamocinese .

Ora dilagano #iorestoacasa e #rimaneteacasa

Gli # sui social da #mangiamocinese  e #Milanononsiferma si sono trasformati in #rimaneteacasa e #iorestoacasa.

Voi siete le più felici di tutte, non vi rendete bene conto di cosa stia accadendo.

Abbiamo iniziato a fare tanti compiti e devo ammettere che non è sempre facile stare dietro ad entrambe, ma siete deliziose, ci aiutate tanto in casa, sistemate la vostra camera, ci aiutate a mantenere tutto in ordine, a piegare i vestiti che non saprei nemmeno stirare, vi rifate i letti e, incredibile, non fate storie anche se siete chiuse in casa da tanti giorni e a 7 anni sarebbe più che normale voler uscire. 

Ogni mattina le vostre maestre Letizia e Stefania, caricano sul registro elettronico i compiti da fare.

Anche se non è sempre semplice, sto vedendo questo tempo improvvisamente caduto dal cielo e mai avuto prima, come un’opportunità per stare con voi.

Non abbiamo trovato da nessunissima parte le mascherine, ma usciamo realmente poco solo per fare la spesa o portarla alla nonna Claudia e sempre a turno.

Quando sono in giro ho la sensazione che mi lincino con lo sguardo perché non la indosso.

All’inizio mi sentivo quasi in dovere di giustificarmi spiegando di non averla trovata, ora ho imparato a capire che tante persone non sanno gestire in nessun modo il panico.

In ogni caso le stiamo cercando  ovunque.

La mascherina non è (ancora) obbligatoria, l’Oms raccomanda di usarla solo se si sospetta di aver contratto il nuovo Coronavirus e si presentano sintomi quali tosse o starnuti, oppure se ci stiamo prendendo cura di una persona con sospetta infezione da nuovo Coronavirus.

In realtà anche l’uso razionale delle mascherine è importante per evitare inutili sprechi di risorse preziose.

Un’altra cosa che è bene che si sappia (e che al momento non sanno in molti) è che se non si seguono alcune regole per indossarla, rimuoverla e smaltirla, la mascherina può diventare una fonte di infezione a sua volta per via dei germi, invece di proteggerci.

A tal proposito esistono dei videotutorial della stessa Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sul suo sito web.

Insomma, anche il discorso mascherina è problematico in questo momento come avrete capito.

I fortunati che riescono a trovarle arrivano a pagarle fino a 60 euro l’una.

E io vi giuro che se le trovassi li spenderei pure pur di tutelare il prossimo e non vedere negli occhi altrui l’odio con cui si guarda un possibile untore quando mi regalo quella botta di vita quotidiana scendendo mezzora a fare la spesa.

Sicuramente c’è tantissima confusione e lo stesso vale per le uscite autorizzate.

In democrazia ci si appella al buon senso e all’intelligenza del singolo, vero.

E sono anche d’accordo che se tutti ragionassimo sulla necessità di uscire 5 minuti di numero anche solo per fare avanti e indietro sul marciapiedi le strade si riempirebbero nuovamente di gente e la richiesta di quarantena verrebbe meno.

Però bisogna anche essere elastici pur attenendosi alle regole.

I social pieni di sceriffi

E se per prime le regole dicono che sarebbe preferibile restare in casa ma che comunque una corsa o una camminata in solitaria sono consentite allora io penso che bisognerebbe comunque mostrare un po’ di apertura in più perché se la legge o le pattuglie in strada ce lo stanno concedendo non vedo perché un perfetto sconosciuto debba arrivare e metterti in croce su Facebook.

Sono un po’ stufa anche di questo.

Ogni giorno veniamo bombardati da notizie terribili e l’umore è per tutti molto basso. Almeno tra di noi dovremmo prenderci per mano e sostenerci, non darci contro polemizzando in ogni modo.

Detto questo, ripeto, noi siamo chiusi in casa.

Vado a correre sulle scale del palazzo e con voi scendiamo nel box per farvi fare due giri in bici.

Vi stiamo dando vitamina D a tutto spiano prima che senza sole diventiate due indivie belghe.

Io sono uscita due giorni fa mezzora per fare la spesa e sono tornata a casa con le lacrime agli occhi.

Milano così fa impressione.

Vi prego di prendere con le pinze questo mio sfogo.

Sono consapevole che sia più che giusto.

E il mio pensiero continua a volare a chi il mazzo se lo sta facendo davvero negli ospedali, a chi sta male, a chi è solo.

Nonna Claudia mi fa tanta tenerezza.

Il fatto che non abbia nessuno con cui sopportare la clausura per lei è ancora più dura.

Inizia a finire le provviste e fare la spesa online è diventato assolutamente impossibile. Prima del 3 o del 4 aprile non vengono garantite le consegne.

Alcuni negozietti si stanno attrezzando per garantire le consegne anche nei piccoli comuni.

Su whatsapp ci mandiamo messaggi per far circolare le informazioni e mi hanno segnalato un paio di negozi che lo fanno anche ad Arese.

La buona notizia è che proprio i social, in particolar modo Chiara Ferragni e Fedez, tanto criticati (a noi, invece, sono sempre andati a genio) stanno facendo tanto per arrivare ai cuore delle persone.

I Ferragnez, così vengono chiamati unendo i loro nomi, hanno lanciato una campagna di raccolta fondi online, alla quale ovviamente abbiamo partecipato anche noi, per potenziare e sostenere i reparti di terapia intensiva del San Raffaele e di altri ospedali di Milano.

E’ stato bellissimo perché i soldi raccolti sono stati davvero tanti e questo ha permesso di mettersi subito all’opera (con operai impegnati notte e giorno) per costruire nuovi reparti in pochissimi giorni.

I social sono il veicolo più immediato per arrivare alla gente e non solo con messaggi isterici e allarmisti.

Ci fanno compagnia, ci aiutano a sentirci meno soli.

Probabilmente quando leggerete queste righe mi prenderete per pazza.

Chissà tra qualche anno cosa inventeranno, non mi meraviglierebbe nemmeno se inventassero il teletrasporto, giuro.

Ora però, ve lo racconto perché mi piace che sappiate come trascorrono queste strane giornate.

Io e le mie amiche ci vestiamo, trucchiamo, giusto per non abbruttirci del tutto e la sera ci colleghiamo su Instagram o su altri canali per fare l’aperitivo tra amici.

Brindiamo, chiacchieriamo, ci guardiamo in faccia con l’illusione di esserci incontrati davvero.

Le videochiamate impazzano e viene voglia di sentire anche chi non sentiamo mai.

Ho ricevuto telefonate da amici che non sentivo da un pezzo ed è stato bello, finalmente, trovare il tempo per farlo.

Restare sul divano seduta con il solo impegno nelle ore successive di guardare un film con voi.

E così, in questo clima generale si respira paura ma anche unione.

Sui balconi appaiono cartelloni e striscioni con arcobaleni e scritte che promettono una pronta risoluzione del guaio che stiamo vivendo. 

“andrà tutto bene”

si legge ovunque e io, anche se qualcuno lo trova triste e noioso, continuo a pensare che sia un bellissimo messaggio.

Un messaggio di speranza che non guasta mai.

Anche perché ad aprire i giornali e a farci prendere dalla tristezza siamo bravi tutti.

Siamo costantemente bombardati da notizie brutte e farle circolare ulteriormente sarebbe, secondo me, inutile.

E così lo abbiamo fatto anche noi.

Abbiamo preso tanti fogli A4 e su ognuno abbiamo scritto insieme una lettera e poi l’abbiamo colorata per appendere il nostro striscione sul balcone di casa.

Per questo, per scelta familiare, sia io che papà stiamo evitando di sentire i catastrofici cronici e quelli che più del virus non vogliono parlare.

Il punto è che non possiamo fare nulla (se non restare in casa) perché migliori la situazione, quindi siamo dell’idea di riempire almeno le nostre giornate di messaggi positivi e di occupazioni più interessanti.

Leggiamo molto, anche voi state divorando libretti su libretti.

Guardiamo film, chiacchieriamo.

La batteria del mio cellulare dura molto di più, si scarica perché sto molto sui social, ma sono trascorsi giorni interi senza ricevere più di 2 o 3 mail al giorno e per me è una situazione del tutto nuova ma, vi dirò, non così spiacevole.

Surreale è il termine che ho sentito e letto maggiormente da quando tutta questa storia ha avuto inizio.

Surreale è sicuramente il modo più facile e immediato per spiegare una situazione che per noi è arrivata dall’oggi al domani, alla quale non eravamo nemmeno alla lontana preparati.

E pensate voi, mi sono portata sfiga da sola, perché per la prima volta in quasi 40 anni, quando il calendario scolastico era stato condiviso, papà ed io eravamo andati in agenzia viaggi e avevamo prenotato un sacco di viaggi in giro per il mondo.

Il primo sarebbe stato ad aprile per le vacanze di pasqua, il 9 per la precisione.

Saremmo dovuti andare in Andalucia ma chiaramente non partiremo.

Per gente come noi abituata a partire in continuazione il pensiero di non poterlo fare per così tanto tempo è ancora più soffocante.

Ma, ripeto, le cose importanti sono altre e questo resta un tema imprescindibile.

Nessuno di noi in questo momento riesce né a immaginare come si potrà evolvere questa situazione, né tantomeno come potrà andare a finire.

Oggi è complicato fare stime.

Come vi dicevo la speranza adesso è quella di contenere il virus il più possibile. E’ la cosa più urgente da fare.

Qualcuno dice che da qui al 3 aprile non riusciremo ad arginare la cosa.

C’è chi parla di riapertura della scuola dopo Pasqua e quindi intorno a metà aprile.

C’è chi invece dice che si tornerà a scuola direttamente a settembre.

Qualcuno dice che non andrete fino a fine aprile ma poi tornerete tutto giugno e luglio.

C’è chi pensa che ne usciremo migliori, tutti più ricchi e uniti grazie al grande insegnamento che avremo ricevuto.

Ai sognatori come me piace idealizzare un mondo pieno di baci, abbracci e dichiarazioni di stima e affetto, a testimonianza che l’isolamento avrà fatto la sua facendoci comprendere l’importanza delle persone e delle piccole cose che abbiamo la fortuna di avere e fare nella vita, che abbiamo dato così per scontate.

C’è chi invece crede che questa sarà per sempre una crepa nella nostra storia e che nulla tornerà come prima perché diventeremo ipocondriaci, sospettosi e intimiditi dalla possibilità che possa riaccadere.

Non so cosa succederà, non sono in grado di dirlo.

Ma da ottimista quale sono sogno una grande festa fatta di abbracci e di ritorno alla vita di sempre con una gestione più serena e calma della quotidianità.

Sarebbe bello se inventassero un vaccino. Si dice che nel giro di qualche mese potranno metterlo in commercio.

E anche qui i complottisti, anziché vederlo come una possibilità, un aiuto, un’evoluzione, si lanciano a criticare, a pensare che sarebbe un’imposizione inutile e perfettamente evitabile.

Io cosa penso? Lo saprete crescendo e conoscendomi.

Io nutro una profonda fiducia nella scienza e voi siete vaccinate a tutto quello a cui potevo vaccinarvi.

Intanto in Italia, e ormai anche in altri paesi europei, il virus continua a diffondersi alla velocità della luce.

L’altro giorno qualcuno ha condiviso sulla mia bacheca Facebook l’articolo di un medico inglese (un cretino, vi basterebbe guardarlo in faccia nelle foto allegate all’articolo per capirlo da voi, anche tra 15 anni) che sosteneva che sia tutta una bufala e che quello italiano sia solo un popolo eccessivo, pigro che di fronte a una forte influenza si stia regalando la possibilità di fare una “lunga siesta”.

Vostro zio Gianluca, mio fratello, non ci ha più visto e da uomo pensante, da medico, gli ha scritto subito un messaggio per dirgli che era un demente.

Prima di tutto ha esordito spiegandogli che quella della siesta non è un’abitudine italiana, poi gli ha consigliato di rivedere i suoi gusti visto che indossa camicie disgustose e poi gli ha augurato di non scoprire quanto questo virus siamo virulento.

Anzi, per dirla tutta gli augurato almeno qualche minuto in tin come paziente, per rendersi conto di quanto sia forte in verità.

E ‘ difficile, amori miei, accettare la sottovalutazione degli altri quando ne siamo stati vittime.

E’ come se gli esseri umani non riuscissero proprio a capire o ad accettare una situazione finché non la vivono sulla propria pelle.

Come vi ho raccontato nei miei scritti precedenti del coronavirus abbiamo iniziato a parlarne tanto tempo fa ormai.

Ma finché la si etichettava come “influenza cinese” tutto a posto.

Prima di tutto era contenuta alla Cina e che importa che intere città fossero state messe in quarantena o che fosse stato necessario costruire in due giorni dei nuovi ospedali per fronteggiare l’emergenza.

Più facile continuare a definirli dei selvaggi mangiatori di pipistrelli e disertare i ristoranti cinesi piuttosto che razionalizzare, essere lungimiranti e metterci al sicuro.

Le cose iniziano a farsi davvero serie.

Le morti aumentano e non si fa che fare confronti con le curve di crescita del contagio avvenuto in Cina. Inevitabilmente si cerca un’appiglio, un confronto, con il solo luogo dove l’epidemia ha dilagato prima che da noi.

Su facebook seguo un medico che mi piace molto e che si chiama Paolo Spada. Mi piace perchè ci fornisce analisi molto dettagliate giorno per giorno, spiegando in modo molto semplice i dati riportati e, quando possibile, regalandoci anche un po’ di speranza.

Fino a ieri, almeno.

Secondo le sue stime, infatti, la salita di contagi e decessi registrati era prevista. La strada è tutta in salita e ancora lunga ma si intravede un punto di arrivo e il vero picco dovrebbe registrarsi nei prossimi giorni, dopo di che dovremmo poter iniziare a intravedere una discesa.

La Lombardia sta facendo il possibile, ma altre zone stanno peggiorando.  Il vero picco potrebbe verificarsi a fine mese e, secondo le stime del Dottor Spada, al momento è complicato sperare che i pazienti infetti possano essere, da qui a fine mese, meno di 40mila.

Il virus corre velocissimo e ha già raggiunto tantissimi paesi. Tristemente è arrivato anche in Venezuela e il mio cuore ora è doppiamente spezzato. Se è vero che qui le terapie intensive collassano, là le terapie intensive nemmeno esistono e, vista la situazione generale, l’esito sarà purtroppo rovinoso.

Oggi sono uscita dopo tanti giorni di reclusione per andare a fare la spesa.
Non ho la mascherina. Non l’abbiamo trovata da nessuna parte.

Negli ultimi giorni le notizie terribili sono all’ordine del giorno e ognuno di noi inizia a conoscere per nome e cognome tante delle vittime che questo dannato virus sta provocando.

L’altro giorno, a Cremona, è mancato il padre di una mia ragazza che conosco.

Aveva 75 anni.

Ha fatto la spesa come faceva sempre e si è ammalato non restando al sicuro in casa sua.

Questa ragazza non è potuta rimanere accanto a suo padre, vi immaginate il dolore?

Non è stata avvertita tempestivamente quando è mancato il papà e la camera mortuaria li ha avvisati il giorno dopo.

Il papà è stato trasferito dall’ospedale di Cremona dove era stato ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano senza che venisse avvisata la famiglia.

A quel punto, i social hanno molto amplificato questa tendenza, la gente ha iniziato a dividersi in due gruppi:

qualcuno si preparava ad affrontare l’apocalisse saccheggiando farmacie, supermercati e sbarrandosi in casa.

Qualcun altro prendeva alla leggera quanto stava accadendo ironizzando, deridendo.

Io ho imparato con il tempo a non sbilanciarmi mai finché non sono sicura di qualcosa.

Da un lato, pur non deridendo, mi sentivo più vicina al secondo gruppo di persone.

Per altri aspetti invece mi sentivo di appartenere più al primo perché per natura, mi fido dei prossimo e, per quanto mi sembrassero tutti troppo eccessivi, di fronte a una paura a tal punto condivisa, una verità doveva comunque esserci.

Mi sono presa il beneficio del dubbio, consapevole di esserci persi il là di tutto questo mentre ci trovavamo in Colombia.

Ho scelto da quali fonti attingere le informazioni a cui credere e ho iniziato a gestire l’emergenza a modo mio, senza panico ma sempre nel rispetto delle regole.

Più passa il tempo è più è complicato.

E’ complicato perché siamo animali socievoli e restare  chiusi in casa è quanto di più complicato ci si possa chiedere.

E’ complicato perché non è facile rinunciare agli amici, agli affetti.

A non vedere i propri genitori.

Per quanto sia bellissimo avervi con noi non è facile per nulla condividere gli stessi mq tutto il giorno.

Non è facile sapervi fermi in questa situazione di mezzo, lontano dalla normalità data dalla scuola.

Mi chiedo se soffrirete la cosa, se alla lunga questa situazione potrà crearvi dei problemi.

Poi mi rispondo che non sono praticamente andata a scuola fino all’arrivo mio, dello zio e dei nonni in Italia e mi rispondo da sola.

No, non mi è mancato nulla, se non fosse per la fatica di tollerare un capo o un superiore che mi ha incasinato un po’ tutta l’esistenza ma che, se non altro, mi ha spinta a lavorare da sola molto presto.

Il guaio è che a tratti, per quanto le vostra maestre siano molto in gamba e la scuola comunque molto presente, papà ed io ci troviamo in qualche modo a dover sostituire i vostri insegnanti e non sempre è facile.

Non abbiamo gli strumenti per insegnarvi tabelline, sottrazioni e regole grammaticali.

Ok, sono laureata in lettere e stiamo parlando del programma di seconda elementare.

Ma non è così per tutti, non siamo in vacanza e dobbiamo continuare a lavorare pur avendovi con noi tutto il giorno.

Non poter fare la spesa, doverci organizzare al dettaglio.

Mai come ora ringrazio quotidianamente di avere messo un sistema filtrante al lavandino di casa quando sento che le persone fanno fatica a trovare l’acqua in bottiglia e a caricarsela da soli.

Non si può uscire di casa.

Dimenticatevi la passeggiata per sgranchire le gambe, la corsettina per fare il giro del quartiere.

In qualsiasi momento ti può fermare una pattuglia e tu, con una autocertificazione, devi motivare il tuo spostamento.

Intere famiglie costringono i cani a infinite maratone per poter uscire a turno a portarli a spasso 🙂

Dovremmo andare a prendere quelli della nonna.

Scherzi a parte: è dura.

I servizi di consegna a domicilio come vi raccontavo qualche giorno fa, hanno bisogno di settimane per riuscire a consegnare la merce e, per quanto centinaia di autotrasportatori instancabili continuino a lavorare nonostante lo stato di allerta, non tutte le merci si riescono a trovare facilmente.

Il nonno di Niccolò ha la febbre da giorni.

Per fortuna non ha tosse e altri sintomi, eppure la febbre non scende.

Pensate quanto possa essere difficile anche per loro questo momento.

Ieri era il compleanno di Nic e avete fatto una videochiamata per cantargli tanti auguri.

Prima lo avete fatto in italiano e poi in inglese, come vi hanno insegnato le maestre avendo voi diversi compagni di classe originari dalla Cina.

Anche ammalarsi ora come ora è rischioso.

Non si potrebbe andare dal medico e non è facile che il medico venga a casa a visitarti.

La cosa più facile se comunichi a un medico di avere febbre in questo momento è che ti raccomandi di stare a casa e di prendere della tachipirina.

Il fidanzato di Luisa non riesce a trovarla quasi più dai grossisti, quindi viene da pensare che sia il caso di comprarne un paio di scatole alla prima spedizione in farmacia.

E il Pronto soccorso, per qualsiasi motivo, al momento è il posto meno sicuro dove andare.

Quindi anche una caduta, un taglio profondo, vanno curati a casa perché è meglio evitare luoghi dove il contagio è più facile.

Molte famiglie sono separate al momento.

Tanti, come noi, non possono vedere i nonni e proprio per proteggerli.

A nonna faccio io la spesa e gliela lascio fuori dalla porta per non rischiare di passarle qualcosa. Ha un enfisema e non sarebbe nella condizione di potersi ammalare ora.

Voi vi arrabbiate e mi chiedete perché non possiate venire con me a salutarla.

Tanti amici in questo momento aspettano un bambino.

Alessandra e Matteo, ai quali avete fatto da damigelle quando si sono sposati.

Ma anche la mia amica Laura, Beatrice o la mia amica Vicky.

Non è affatto facile aspettare un figlio in un contesto del genere e avere quasi paura ad andare a fare i controlli.

Pensate se fosse successo 8 anni fa, quando con voi era necessario fare tre ecografie al mese.

O immaginate chi ha avuto da poco un bimbo e con un neonato deve restare chiuso in casa, senza farlo vedere ai nonni, senza poter uscire a fare due passi al sole.

E tutti i matrimoni, gli eventi già organizzati sono stati rimandati.

E, per carità, è uno stop che accomuna tutti, ma tanti soldi sono già stati tirati fuori.

Gli ospedali restano straripanti e i messaggi che ci arrivano sono tutto fuorché incoraggianti.

I medici devono decidere chi curare e dagli ospedali ci arrivano testimonianze agghiaccianti.

Pare che questo virus si porti via le persone con crisi respiratorie potentissime che lasciano comunque il paziente lucido fino alla fine e completamente solo, perché essendo altamente infettivo nessun caro può assisterli e restare al loro fianco fino alla fine.

Se ci penso mi viene da piangere. Lo definiscono un annegamento improvviso.

E se come purtroppo diverse persone che conosco capita di perdere un familiare, che sia una madre, un padre, un fratello o una zia, non c’è nulla di più doloroso del pensiero di averli lasciati soli.

Vorrei non raccontarvi queste cose terribili, giuro.

Ma voglio che un giorno sappiate tutto di quello che sta succedendo mentre voi avete 7 anni e, per fortuna, non vi state rendendo conto del tutto di quello che si sta verificando fuori da qui.

La mia amica che ha perso il papà l’altro giorno non è nemmeno stata avvisata subito della sua morte. Lo ha dovuto riconoscere attraverso una foto su Whatsapp e non ha potuto prevedere per lui nessun tipo di funerale perché anche un funerale è un momento di aggregazione e in questo momento nemmeno il dolore ci è concesso.

E non manca nulla al sistema sanitario italiano, ve lo ripeto.

Anzi il nostro, al nord, è davvero eccellente.

La paura è che, come testimoniano i contagi, il virus possa diffondersi a macchia d’olio sul resto dello stivale e scendere giù dove invece il sistema sanitario ha qualche problema e dove, soprattutto, mancano in moltissimi ospedali le strutture e le terapie intensive per contenere l’emergenza.

Insomma, oggi questa lettera è stata più triste del solito ma l’umore è proprio a terra.

Oltretutto, cosa che ci aspettavamo, il virus sta dilagando nel resto dell’Italia. A Bergamo le morti aumentano a dismisura, i dati sono tutto fuorchè incoraggianti.

Si inizia a percepire il livore della gente.

Sono la prima a riconoscere che finchè non verrà previsto il blocco totale e l’Italia non verrà chiusa del tutto, finchè i mezzi pubblici continueranno a funzionare e la gente ad andare in ufficio, finché il senso civico non dilagherà e le persone penseranno innocua la propria corsa quotidiana (sono diventati tutti ad un tratto podisti e runners) non andremo da nessuna parte.

Oltretutto non credo di avervi detto che qualche sera fa, prima del decreto che ha immobilizzato l’Italia e dichiarato il blocco totale, una fuga di notizie sulla bozza di decreto avvenuta di sabato sera, ha fatto sì che, invece di ragionare e chiudersi in casa, un sacco di persone, prese dal panico siano corse in stazione Centrale nel cuore della notte per correre al sud dai propri familiari.

Io giuro lo comprendo che alle volte la paura possa avere la meglio e comprendo anche che, nelle situazioni più complicate, le persone agiscano senza pensare troppo alle conseguenza.

Ma così facendo questa gente non si è resa conto di aver condannato a morte il resto dell’Italia.

Perchè se è vero che la nostra sanità pubblica è eccezionale e che i nostri ospedali lavorano incessantemente nonostante lo stato di emergenza, è anche vero che la situazione non è la medesima nel resto dell’Italia e, in diverse strutture ospedaliere, non esistono nemmeno reparti di terapia intensiva e macchinari in grado di reggere un’epidemia.

Insomma, la situazione è tutto fuochè rosea ragazze mie.

Speriamo davvero di potervi dire qualcosa di più felice e incoraggiante nei prossimi giorni.

Vi voglio tanto bene (ma tanto).

Mamma

 

P.S. andrà tutto bene.

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