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#La mia storia

17 – 1985-1989, La mia infanzia Venezuelana – Prima Parte

1985-1989, La mia infanzia Venezuelana

Arrivati in Venezuela i miei genitori si trovarono catapultati in una realtà in pieno sviluppo, con solo l’imbarazzo della scelta su cosa fare. Erano ancora giovani, versatili, elastici e con tantissima voglia di buttarsi in qualche nuova avventura.

In verità i miei nonni rappresentarono per mio padre e mia madre sin da subito un grande ostacolo ed iniziarono ben presto con i loro ricatti emotivi e le loro invadenze quotidiane. Il fatto che i miei avessero mollato dall’oggi al domani una vita tutto sommato perfetta e degli ottimi impieghi, più che altro per non lasciare soli loro e per non sentirsi rinfacciare di averli abbandonati ogni giorno, non li sfiorava.

Così che ora, coerentemente al suo modo poco materno di “amare” ed educare le figlie, mia nonna non faceva altro che creare problemi in ogni modo, mettendo sempre il becco in ogni questione della nostra famiglia. Sono certa che fu in quel momento che mio padre coniò la sua famosissima cinica raccomandazione, più e più volte ripetuta a me e mio fratello negli anni successivi, sulla necessità di sposare degli individui orfani o, comunque, con genitori in piena salute ma con residenza e domicilio ad almeno-almeno 100 Km di distanza.

In quel periodo i miei genitori capirono di aver realmente dato perle ai porci e cercarono di resistere, arginando il più possibile le pressioni e le invadenze dei miei nonni. In attesa di trovare una casa decente dove trasferirci, per non restare ospiti dell’Hotel For You troppo a lungo, i miei affittarono una grande casa dall’intonaco bianco nell’urbanizzazione di Sabanamar, non lontana dalla pista del vecchio aeroporto di Margarita. Ho ricordi un po’ vaghi di quella casa, ma in verità nemmeno mia madre riesce a ricordare molto dei suoi interni. Nessuno di noi riuscì mai ad entrare in sintonia con quella villa, tanto che tutti tendevamo a trascorrere le nostre giornate nel giardino, che per fortuna era molto grande e confortevole.

Nella parte posteriore alla casa, infatti, vi era una gigantesca pianta di mango, sulla quale ero solita trascorrere molte ore del giorno, ad osservare la natura, a giocare con le enormi farfalle dalle ali blu che non mi capitò mai più di rivedere negli anni successivi e a mangiare, di tanto in tanto, qualche mango maturo strappato direttamente dai rami.

Ero una vera selvaggia e mi piaceva davvero tanto vivere in quel modo. Riuscire a farmi indossare delle scarpe era qualcosa di molto complicato, esattamente come farmi stare al chiuso. Boccheggiavo. Penso che in trent’anni e passa io non sia cambiata poi molto. Ricordo che fu in quegli anni che imparai a mangiare il mango come poi avrei insegnato a farlo anni dopo ai miei amici in visita nel Paese: schiacciarli interi tra le mani fino a ridurli in purea e poi, dopo aver fatto una piccola incisione con i denti nella buccia, berne il succo spremendoli completamente, senza ovviamente sbucciarli.

Questo è il modo, forse poco elegante ma estremamente soddisfacente, in cui molti venezuelani mangiano un mango quando lo prendono dalla pianta o lo consumano velocemente in strada e non a tavola. Tornando alla casa di Sabanamar, nessuno di noi si sentiva molto bene nelle sue stanze, come se avvertissimo nella villa un’energia negativa. Così che i miei avevano attrezzato il giardino con grandi e colorate amacas legate agli alberi, casette di legno per giocare e salottini in vimini dove trascorrere la maggior parte delle nostre giornate. Ricordo i grandi cespugli di ibiscus e trinitaria dell’ingresso e i tanti bellissimi colibrì che svolazzavano tra quei grandi fiori rossi.

Davanti alla nostra casa, al di là della strada, vivevano i D’Ambrosio, una famiglia deliziosa di origini italiane con cui iniziò da subito un’amicizia sincera e duratura. Mio fratello e Marco, il figlio maggiore dei D’Ambrosio, avevano preso l’orrida abitudine di andare in giro per il quartiere a uccidere e seviziare lucertole e Luca operava minuziose autopsie con un set da piccolo chirurgo dotato di bisturi e microscopio. Forse fu lì che  decise che avrebbe fatto di anche e ginocchia il suo futuro.

Della signora D’ambrosio ricordo che cucinava a più non posso e di tanto in tanto arrivava da noi con vassoi carichi di cibo e teglie ancora fumanti di biscotti appena sfornati. Fu davanti a quella casa che, proprio la sera della vigilia di Natale, un camionista ubriaco investì Champagne, il mio cagnolino, che era abituato ad entrare ed uscire in autonomia dalla cancellata della casa. Lo vide mia madre sterzare e sbandare proprio sul piccolino e toccò a lei inventare la scusa che Babbo Natale, trovandolo bellissimo,  avesse desiderato averlo con sé sulla sua slitta.

A parte il fatto che mai come quell’anno Babbo Natale mi risultò antipatico, fino a quando credetti nella sua esistenza, trascorsi ogni Natale successivo guardando il cielo nella notte, sperando di intravedere Champagne tra le stelle ed i pacchi regalo scintillanti. Sempre durante la nostra permanenza nella casa di Sabanamar, poi, dei cani randagi avevano fatto fuori la nostra micia Gattinara, così che appurammo non solo che quella casa portasse decisamente sfiga, ma che oltretutto, forse, quella di chiamare con nome enologico i nostri animali non fosse stata un’idea brillante nè fortunata. Nel frattempo i miei genitori avevano messo gli occhi su un gigantesco spazio, originariamente destinato al garage dell’ hotel For You sulla calle Patiño e pensarono che potesse rivelarsi una buona idea quella di aprire un ristorante, sfruttando le capacità culinarie di mio padre ma anche quelle, sicuramente più preziose, di suo fratello Fabiano, che si era appena trasferito anche lui sull’isola insieme a mia zia Andreina e a mia cugina Gaia.

Decisero che lo avrebbero chiamato El Yate (Lo yacht), in onore delle grosse e luccicanti barche ormeggiate lungo la Marina di Margarita e che lo avrebbero arredato in stile nautico, come fosse stato l’interno di un vero yacht. Seguirono personalmente i lavori di ristrutturazione, scegliendo ogni dettaglio e gli arredi e facendo arrivare oblò ed altri accessori nautici da cantieri navali italiani, e scelsero Corto Maltese di Hugo Pratt, disegnato con in mano un flute di champagne al posto della pistola, come immagine simbolo de El Yate. Ovviamente i genitori di mia madre, restando a tutti gli effetti i proprietari dello spazio, non perdevano occasione per creare problemi con consigli non richiesti ed imposizioni varie, come quella, una volta pronto il ristorante, di assumere del personale da loro scelto, tutto proveniente dall’hotel e dal centro commerciale annesso: erano tutti camerieri centenari, brutti come il peccato, quasi tutti con un dente ogni mezzora. Niente di più lontano da quello che aveva in mente mia madre.

Fatti fuori i camerieri agéè voluti da mia nonna, i miei genitori reclutarono in giro per l’isola una banda di ragazzi bellocci e, per utilizzare le parole di mia madre, “esteticamente a posto”, magri (cosa da non dare mai troppo per scontata nel maschio venezuelano che consuma più birra che acqua), con tutti i denti al loro posto e senza nessunissima esperienza lavorativa precedente, ma se non altro giovani e pieni di buona volontà, belli da vedere, volenterosi di imparare e tutti perfetti negli abiti bianchi e blu da marinai scelti per loro. Nel frattempo i miei avevano trovato una bella villetta nel quartiere di Jorge Coll, non lontano dalla zona di Pampatar.

Questa casa era molto grande e decisamente più carina della precedente, anche se la sua posizione ai margini dell’urbanizzazione e la sua vicinanza alle zone meno civilizzate dell’isola, al limite della sicurezza e ad un passo dalla foresta circostante la esponeva a furti assai frequenti, ma anche alla presenza invadente di animali di ogni specie.

Andando via dalla casa di Sabanamar ci sentimmo tutti improvvisamente sollevati e solo al momento di trasferirci scoprimmo per puro caso che il proprietario precedente si era tolto la vita impiccandosi in salotto.Ecco improvvisamente spiegato il perché di quella strana perenne sensazione di ansia, che sentivamo tutti tra quelle mura. El Yate intanto era stato inaugurato ma le cose andavano un po’ a rilento e non sembravano funzionare molto bene, fino a quando una sera si presentò una persona distinta ed elegante che cenò ordinando diverse portate, pagò il conto (altra cosa da non dare così per scontata in Venezuela) e solo in procinto di andare via si presentò, spiegando di chiamarsi Omar Lares, di essere un giornalista de El Universal, uno dei quotidiani nazionali, e consigliando ai miei genitori di acquistare una copia del giornale il giorno successivo.

Il giorno dopo un trafiletto molto ben scritto e pieno di promesse e complimenti figurava davvero sul periodico e da quel giorno, improvvisamente, il telefono de El Yate iniziò a suonare all’impazzata con una richiesta di prenotazione dopo l’altra. Fu subito BOOM e il ristorante dei miei genitori diventò nel giro di poche settimane una meta obbligata e un’istituzione dell’isola. I miei dovettero incrementare velocemente il personale in cucina e per un periodo presero un geniale ma molto bizzarro cuoco peruviano che cucinava deliziosamente ricorrendo all’impiego di fiori. Tutto filava liscio fino a quando, preso lo stipendio, non si sbronzava e decideva di voler cucinare completamente nudo. Mio padre e mio zio riuscirono ad arginare più volte la cosa e a tollerare le sue sbronze frequenti e i suoi slanci nudisti, fino a quando il peruviano non pensò bene di buttare sulla graticola l’aiuto cuoca che lo aveva minacciato di evirarlo con un coltello se non si fosse rivestito. A parte questi strani aneddoti, quelli furono anni realmente divertenti e d’oro per El Yate, come per Margarita e il Venezuela.

I miei organizzavano continue feste ed eventi. Quelle di Halloween e di Carnevale restarono memorabili. La clientela era delle migliori, il ristorante sempre molto ben frequentato e i miei, anticipando i tempi, avevano fatto fare una cinquantina di tessere soci che avevano destinato a Carlos Andrés Perez, al suo staff e alle personalità piu interessanti e in vista del Paese in quegli anni.Impensabile per chi trascorreva qualche ora sull’isola non cenare a El Yate.

Chi arrivava via mare ormeggiava la propria barca, saltava su un taxi e arrivava. Ricordo il lungo bancone di legno e i meravigliosi cocktail ornati di frutta tropicale e fiori e il mio sempre presente daiquiri analcolico strapieno di granatina ogni volta che mi capitava di cenare dai miei. Il suono della campana all’ingresso per ogni cliente che entrava, i menù scritti a mano da mia madre e la cura di ogni piccolo particolare.La musica nell’aria, sempre piacevole, sempre di classe. Festeggiare i compleanni a El Yate era un must! Erano divertentissimi e tutti i camerieri si raccoglievano intorno ai tavoli intonando “un cumpleaños feliz” sulle note della meravigliosa “Ay que noche tan preciosa” di Luis Cruz, colonna sonora di ogni compleanno venezuelano che si rispetti e senza ombra di dubbio di ogni compleanno mio e dei miei parenti. Un giorno era arrivato nel ristorante un ragazzone jamaicano, tutto treccine, chiedendo lavoro.

I miei gli avevano domandato cosa sapesse fare, lui si era seduto al pianoforte, aveva avvicinato la bocca al microfono e, intonando “Red Red Wine“, aveva lasciato tutti senza parole. Da quel giorno Sammy sarebbe entrato ufficialmente nel folle staff de El Yate, mentre io e mio fratello gli saremmo stati affidati anche per le lezioni di pianoforte pomeridiane, fino a quando io non annunciai di sentirmi più portata per la batteria e mio fratello per il sax. Tuttavia quel ragazzo aveva un modo pazzo, divertente ed unico di suonare e cantare ed era una calamita per chiunque.

Pare che un giorno, nella Venezuela saudita di quegli anni, lo ascoltò cantare la persona giusta, che, dopo avergli presentato un super contratto, lo portò con sé in Europa. Tra i volti che abitano i ricordi della mia infanzia c’è senza ombra di dubbio anche quello della signora che vendeva le rose, con i suoi abiti a fiori lunghi e colorati, il grande chignon corvino sulla nuca e la cesta piena zeppa di fiori freschi e profumati. Ricordo il suo sorriso, la sua dolcezza e il suo modo sempre discreto ed elegante di presentarsi in ogni ristorante e piano bar dell’isola. E poi ricordo bene la signora dei dolci, che ogni giorno scaricava dal suo furgoncino bianco teglie e teglie di torte e dessert (la sua marquesa de chocolate era da urlo).

Non potrò mai dimenticare quando, sedendosi su una delle sedie modello “regista” del ristorante, vi restò incastrata con il suo enorme sedere e ci volle l’intervento di mio padre e di qualche cameriere per tirarla fuori da lì.

Da El Yate transitavano diversi amici e conoscenti dei miei genitori che avevano preso l’abitudine di cenare ogni sera al ristorante.Tra questi c’era Egidio, un brav’uomo, tappeziere originario di Mombello che era arrivato dall’Italia sull’isola in cerca di fortuna e a ragion veduta in un momento aureo, di grande sviluppo. Nel giro di pochissimi mesi era diventato richiestissimo sull’isola e, giustamente, “meglio essere il primo in Gallia che il secondo a Roma”.

Di tanto in tanto Egidio faceva qualche lavoro anche per gli alberghi dei miei nonni e per il ristorante. Spesso entrava in cucina con secchi pieni zeppi di vongole appena pescate sulla spiaggia de La Restinga e in cambio riceveva un piatto di spaghetti che si spazzolava sorseggiando una Polar ghiacciata, mentre raccontava minuziosamente cosa accadeva sull’isola, chi vi arrivava, chi andava via. Egidio era un “Gazzettino Padano” e sapeva vita, morte e miracoli di tutti. Per i miei genitori che si facevano in quattro tra casa e lavoro con orari tremendi rappresentava una divertente finestra sulla vita dell’isola. Oltre ad Egidio, rientravano tra gli “scappati di casa” adottati dai miei genitori Arline, una francese simpatica e molto naif che abitava a pochi passi dalla gelateria 4D e dal For You e faceva il dopo scuola a molti ragazzini europei sull’isola, e François, un parrucchiere gay un po’ fuori di testa, che aveva preso mia madre come confidente e trascorreva molto tempo con noi. Un giorno, al terzo daiquiri e sull’onda delle confidenze, aveva pensato bene di confessare a mia madre di essere arrivato a Margarita perché in Francia aveva ucciso con una forbice nel collo il suo ex amante perché furibondo, in piena crisi di gelosia.

Da quel giorno mia madre cambiò parrucchiere e iniziò a darsi alla macchia. Quanto a me e mio fratello, crescevamo da un lato tra le onde e le palme dell’isola, sulle barche in mezzo al mare e sotto il sole dell’equatore, e dall’altro tra alberghi, feste continue ed il ristorante. Sempre in mezzo alla gente sono certa che maturai proprio in quegli anni la mia passione per le persone e il desiderio di poter fare, da adulta, un lavoro che mi tenesse sempre a contatto con il mondo.

Sono sicura che sia stato proprio quest’aspetto della mia infanzia ad avermi resa, anche da adulta, maniaca ed amante dei particolari piccoli ma fondamentali, come possono esserlo una bella musica di sottofondo, delle lenzuola profumate e risvoltate, un aperitivo ghiacciato per accogliere qualcuno, un cioccolatino sul cuscino per dare la buonanotte, degli asciugamani tiepidi e dei fiori freschi in giro per casa, o ancora una colazione a letto con un caffè fumante. Adoro ospitare e coccolare e non potevo venir su diversamente. Come dico sempre sono pur sempre cresciuta in un albergo. Tornando a me e Luca, avevamo iniziato a frequentare delle scuole dell’isola ma le cose non andavano molto bene per entrambi. Mio fratello aveva preso a girare per Margarita con ragazzini poco raccomandabili, coltellino-svizzero muniti, che si dilettavano a far sparire qualunque bene di lusso da casa nostra ogni volta che vi transitavano, mentre io avevo preso a calci due suore al secondo giorno di scuola al Colegio Virgen del Valle e davo di matto perché proprio non le tolleravo. Non ho mai avuto un carattere particolarmente docile.Due ragazzini sereni, insomma. Inoltre una delle professoresse di mio fratello aveva iniziato a mandarlo a casa con voti pessimi, fino a quando mio padre aveva deciso di fissare un colloquio per parlare personalmente della cosa.

I brutti voti erano stati causati da tre certezze inamovibili della donna, secondo la quale il Parmigiano Reggiano venisse prodotto in Germania, Cristoforo Colombo fosse spagnolo e, ciliegina sulla torta, ad agosto si fosse in pieno inverno (la poveretta aveva studiato e adottato come libro un testo argentino).

Mio fratello, insistendo sulla provenienza italiana del parmigiano e di Colombo e sulla posizione equatoriale del Venezuela aveva fatto crollare ogni convinzione della professoressa ignorante, alimentando nei miei la preoccupazione che non potesse certo farsi una gran cultura continuando a frequentare le scuole dell’isola. La sola cosa che sembrò loro intelligente fare fu quella di iscriverlo al Codazzi, scuola italo-venezuelana di Caracas dove anni prima avevano studiato mia madre e mia zia e per qualche anno aveva insegnato mia nonna. Ripulirlo e garantirgli un futuro significava tuttavia doverlo far convivere dal lunedì al venerdì con mia nonna a quinta Manila, la sua casa di Prado Del Este, potendo vederlo e riabbracciare soltanto nei fine settimana, quando rientravano entrambi a Porlamar.

Quando mia nonna si svegliava con la luna storta poteva anche decidere di non far vedere Luca ai miei inventando un impegno di lavoro all’ultimo a Caracas o una scusa qualunque per non accompagnarlo in aeroporto. Quelli furono momenti molto difficili per mio fratello (la convivenza con mia nonna deve essere stata tremenda) e complicati per i miei.Io continuavo a frequentare a singhiozzo il Colegio Virgen del Valle. Ricordo il grande parco della mia scuola, dove la mattina in fila come soldatini, ci ritrovavamo tutte in divisa con la mano sul cuore a intonare “Gloria al Bravo Pueblo“, l’inno nazionale venezuelano, sotto la bandiera sventolante.

Il sole era già caldo e l’atmosfera tropicale nelle prime ore del giorno sempre molto suggestiva. Ricordo le grandi piante di Huayruro, sotto le quali io e le mie compagne ci riparavamo dal sole cocente del mezzogiorno raccogliendone i semi rossi per farne collane e braccialetti.

Sin dai tempi dell’impero Inca questi semi venivano considerati in grado di attirare fortuna e prosperità. E poi l’odore della terra umida asciugata dal calore del sole, che si mischiava nell’aria e nel naso a quello dell’olio esausto impiegato dalle donne che scolavano empanadas e arepas dorate ad ogni intervallo. Avevo una classe multietnica e adoravo le mie compagne di classe, amiche di quegli anni: un’araba, una brasiliana, una cinese ed una spagnola.Eravamo insomma le perfette potenziali protagoniste di qualsiasi barzelletta che si rispetti.Ricordo che per diversi periodi tante di loro venivano a stare da noi che, inspiegabilmente, tra tutte le altre famiglie, sembravamo godere di maggiore normalità. Ho ricordi lucidi della mia scuola, dei larghi corridoi, come dei portici immersi nella vegetazione tropicale. I miei ultimi ricordi di quel giardino, dei porticati, degli alberi di flamboian in fiore risalgono ad un giorno del 1989.

Quella mattina tutti urlavano, piangevano e correvano in modo frenetico. C’era un chiasso tremendo e intorno a me c’era tanta confusione. Faticai quel giorno a capire cosa stesse succedendo, ero anche preoccupata perché i miei genitori si trovavano entrambi a Caracas da mio fratello e mi trovavo sull’isola sola con i miei nonni. Avevo intravisto fumo e fiamme al di là della cancellata della mia scuola, ma davvero ero piccolina e non fui in grado di capire molto. In pochi minuti mi trovai in macchina di Rubio, l’autista dei miei nonni, che mi disse che mi avrebbe portata in aeroporto e messa sul primo volo per Caracas, dove i miei mi stavano aspettando.

Quella sarebbe stata solo l’alba del Caracazo e di conseguenza degli ultimi mesi che avrei trascorso sulla mia isola. Ma di questo vi racconterò più avanti.

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Francesca Guatteri

L'autore

Francesca Guatteri

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