La vita al tempo del coronavirus: diario di una quarantena – 19 marzo

di Francesca

Come ci sta cambiando il coronavirus?

Non ero mai stata un tipo paziente.
Una di quelle capaci di adattarsi a situazioni di forza maggiore.

Ligia alle regole sì, ma con enorme difficoltà e fatica.

Un leone in gabbia che solo a dirmi cosa dovevo o non dovevo fare uscivo di testa.
Non ero mai stata a casa per più di due giorni di fila.

Nemmeno con la febbre, dopo un intervento, dopo un lutto, nei momenti in cui sarebbe stato giusto concedermi uno stop.

Non avevo mai mangiato a casa, cucinando, per oltre 3 giorni senza andare al ristorante.
Non avevo mai fatto così tanti compiti con le bambine e forse non le avevo mai osservate in momenti che non fossero solo vacanze.

Non mi ero mai annoiata.
Non avevo mai avuto tempo per me.
Non scrivevo da mesi e riuscivo a leggere solo in vacanza.

Sarei impazzita, una volta, senza obiettivi da calendarizzare, senza date di inizio e fine di qualsiasi situazione.

Mi sarei disperata senza la certezza di fatturare mensilmente tot cifre.
Non avrei mai fatto call e chiamate con amici lontani e vicini che non sento mai.

Non avrei mai e poi mai creduto di poter vivere qualcosa del genere.
Come mali contemporanei temevo i tumori, il terrorismo, ma non che arrivasse un virus a sconvolgere il mondo intero dall’oggi al domani.

Non avrei mai creduto che avrei smesso di dormire pur potendo farlo in abbondanza.
Non credevo che un giorno avrei preso il sole attraverso il vetro della finestra sentendomi felice e fortunata di poterlo fare.

Non avrei mai pensato di poter sentire tanta preoccupazione per gli altri, anche chi non conosco.
Senza contare quella che provo per mia madre, che mi manca in modo assurdo non vedere.

Non avrei mai creduto di potermi commuovere davanti alle foto di cieli azzurri e di alberi in fiore condivisi sui social.
Non avrei mai pensato che un giorno avrei guardato con occhi increduli la mia Milano ridotta così andando a fare la spesa.

Non avrei mai detto che, in un momento come questo, di grande fragilità per tutti, avrei scoperto delle priorità e la voglia di potare, di netto, una marea di rami secchi.

Non avrei mai detto di poter sentire così la mancanza di qualcuno, o di pentirmi per i caffé non presi e troppo a lungo rimandati, o che un giorno mi sarei trovata a scavare negli scatoloni in cerca di vecchie foto stampate e di vecchie memorie esterne.

Non avrei mai creduto di poter imparare a stirare o che avrei pulito casa mia come sto facendo ora.

Non avrei mai pensato che un giorno avrei sentito un tale dolore, un rispetto così grande e un tale senso di responsabilità verso le generazioni precedenti alla nostra e a quella dei nostri genitori.

Non avrei mai creduto che, come in Venezuela, un giorno anche qui ci saremmo ritrovati a fare code infinite nei supermercati, a non poter contare sulla spesa online, a cercare tra i bancali l’ultimo pacco di pane in cassetta con il nodo alla gola.

La verità è che rispetto alle generazioni precedenti noi siamo stati davvero fortunati perché noi non abbiamo vissuto guerre, pestilenze e carestie e questa è la prima vera botta che ci arriva.

Non eravamo pronti.

È terribile pensare a questo tempo dilatato senza risposte e miglioramenti.

E sono sicura che più si allungheranno i tempi e più sarà complicata.

Mi piace però credere e sperare che quando sarà finita, perché deve finire, ognuno di noi saprà dare nuovi significati alla vita, al proprio tempo e ai nostri rapporti.

O almeno lo spero.

Intanto, mentre mi lascio attraversare da questo cambiamento, voglio allenare me stessa a diventare migliore e non smettere di sperare che la situazioni rientri, le guarigioni aumentino, i contagi diminuiscano e che la speranza torni a brillare laggiù alla fine di questo lungo percorso.

Perché una luce, seppur piccina e lontana, potrebbe dare a tutti una grande forza.

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