Diario di una quarantena – 21 marzo

di Francesca

coronavirus

Milano, 21 marzo 2020

Gli ultimi giorni sono stati in assoluto i più tristi.

Non credo che, per il resto dei nostri giorni, nessuno di noi potrà dimenticare quello che sta accadendo.

A Milano, in Italia e nel mondo intero.

I supermercati sono vuoti, la gente è impazzita, le code per riuscire a fare la spesa, sempre mantenendo le distanze di sicurezza, richiedono molto tempo in lunghissime e interminabili serpentine umane.

La mascherina e i guanti sono diventati praticamente un obbligo.

Non mi risulta ancora che siano necessari secondo l’Oms (la sola regola dovrebbe essere che la indossi, oltre chiaramente al personale sanitario e alle guardie dell’ordine, chi ha dei sintomi per non contagiare il prossimo).

Tuttavia molti supermercati ti forniscono i guanti di plastica appena è il tuo turno, che altro non sono che quelli normalmente usati per toccare e mettere nei sacchettini la frutta e la verdura prima di pesarla.

Se non hai la mascherina la gente ti guarda con odio.

Hanno iniziato a diffondersi gli “sceriffi”.

Li chiamiamo così. Sono quelli che se ne stanno tutto il giorno alla finestra a insultare chi cammina per strada.

Comprendo che in un momento del genere, con un’impennata continua di decessi e contagi e una situazione disperata, ci si arrabbi davanti a chi passeggia serenamente, va in bici o finge di dover fare 10 volte la spesa in un giorno.

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Ma come per tutto ci vuole equilibrio e non ritengo che in un momento come questo servano anche i paladini della giustizia.

Non fraintendetemi: il concetto è giusto e la loro incazzatura più che legittima.

Ma stanno venendo meno l’umanità e l’elasticità e questo proprio non riesco a tollerarlo.

Oltretutto in un quadro generale non proprio felice.

Le mascherine e i guanti sono sempre più introvabili e la paura triplica mentre dilagano notizie sul virus.

Da che si diceva che fosse una influenza un pochino più aggressiva delle altre di acqua sotto i ponti ne è passata.

Ma le cose si sono ulteriormente evolute perché adesso sappiamo che il virus resiste alle superfici e quindi non è nemmeno più così remota la possibilità di ammalarsi.

E così, se prima ci veniva ripetuto di lavarci frequentemente le mani, non tossire né starnutire sul prossimo (e menomale) e osservare almeno un metro di distanza di sicurezza tra di noi, adesso cospargiamo di alcool maniglie e porte di casa, facciamo la doccia nell’amuchina, costruiamo mascherine rudimentali e, quando riceviamo un pacco, lo irroriamo di alcol o di sgrassatore contenente alcool prima di smaltire a tutta velocità l’involucro.

E’ così difficile adattarsi dall’oggi al domani ad uno stile di vita completamente diverso.

E’ davvero difficile ma ce la faremo.

Noi stiamo bene.

Il più felice è papà.

In questa situazione terribile riesce a farmi ridere perché in camera nostra, su una sedia, da circa 10 giorni tiene una camicia che si mette 10 minuti al giorno giusto per collegarsi e fare le sue videocall di lavoro.

Per il resto i pantaloni della tuta sono un must.

Ieri sera l’ho trovato intento nel fabbricarsi da solo una mascherina con un paio di boxer e un vostro patello per il lettino (pulito per fortuna).

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Parlando di cose più serie, come se la serietà e la pesantezza mancasse poi da questi scritti, questa mattina Rocco, il custode del nostro palazzo, ha suonato alla porta per dirci di non uscire di casa e avvisarci che un condomino era stato appena portato via in ambulanza per sospetto caso di coronavirus.

Sembra un’assurdità ma la paura aumenta quando le distanze diminuiscono.

Non tanto per la paura del contagio, quanto perché niente ci rende fragili come vedere persone a noi vicine in pericolo.

Speriamo che vada tutto bene e che possa stare presto meglio e speriamo che la moglie e le sue figlie, due bimbe ancora piccole, non abbiano contratto il virus.

Subito dopo sono venuti in fretta e furia a sanificare il palazzo e tutte le aree comuni.

I nonni sono tutti sigillati in casa.

I genitori del papà sono fortunati davvero a essere in due.

Penso alla nonna Claudia e a quanto possano pesare queste giornate eterne per lei, tutta sola.

Oggi ho sentito lo zio Luca.

Anche in Bahrain, dove si è trasferito da qualche settimana, sono in quarantena.

Mi ha raccontato che tutto è stato chiuso, tranne supermercati e ospedali.

Le persone sarebbero molto più ligie lì che da noi.

Non stento a crederlo.

Oggi papà è uscito velocemente per fare la spesa ed è tornato a casa raccontandomi che le strade erano ancora piene di gente.

Mi domando cosa aspettino a restare in casa.

Anche voi state impazzendo e vorreste tanto uscire ma noi restiamo chiusi in casa, proprio nella speranza che le cose possano andare meglio prima.

La speranza negli ultimi giorni si è affievolita un po’ per tutti perché le cose non stanno andando come si sperava e pensava.

Contagi e decessi aumentano senza sosta e c’è chi dice che negli ospedali stia avvenendo una sorta di selezione (mi sento male solo a pensare che possa essere vero) tra pazienti, in mancanza di attrezzature e posti in terapie intensive.

La precedenza nelle cure, infatti, verrebbe data a chi ha più probabilità di sopravvivere e quindi ai più giovani e ai più sani.

Mi vengono i brividi.

Bergamo è diventata il lazzaretto d’Italia e la situazione è sicuramente ben più grave di quanto si fosse previsto, l’epicentro italiano di questa maledetta pandemia, con oltre oltre 4.000 casi positivi da Coronavirus, centinaia di nuovi contagi al giorno e quasi 400 morti in pochissimi giorni.

Dai giornali e dalle testimonianze di diversi amici si sa che nelle strade deserte regna solo il silenzio arreso e disperato delle persone, rotto di continuo dalle sirene delle ambulanze, una dietro l’altra, come se ci si trovasse nel pieno di una guerra.

Vorrei raccontarvi cose ben più belle ma se la supereremo, se ne usciremo, giuro che avremo modo di vivere momenti felici, ve lo prometto.

Al momento la mia mente è colma solo di dolore e non posso fare altro che raccontarvi quello che sta succedendo nel nostro meraviglioso mondo.

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I morti sono così tanti e in continuo aumento che non si trovano nemmeno più bare dove seppellirli.

Le pompe funebri sono in tilt, i forni crematori lavorano 24 h su 24 e da Trento stanno arrivando dei soccorsi.

Chi muore viene messo in un sacco e la sua salma viene portata altrove, non c’è altra possibilità per smaltire i corpi ed evitare che il contagio aumenti ancora di più.

Chi resta non può nemmeno stringere tra le proprie braccia chi se ne va.

Non può prendersene cura, non può accompagnarlo nella dipartita.

Chi muore, in questo momento, non ha diritto a farlo insieme a chi ama e nemmeno merita una sepoltura, un funerale.

E’ una cosa terribile.

Negli ultimi giorni circolano sui giornali delle immagini agghiaccianti di bare stipate nella chiesa del cimitero o dentro alle tendopoli montate fuori dagli ospedali, in attesa di essere cremati o sepolti in fretta.

Dopo aver visto la foto di una lunghissima fila di camion militari contenti non so quanti feretri mi sono sentita male e ho iniziato a piangere.

Credo che nessuno di noi potrà mai dimenticare quell’immagine.

Oggi siete venute da me e mi avete abbracciata, poi, mi sembra Vittoria, mi ha detto: ” mamma stai bene? Stai piangendo tantissimo in questi giorni”.

Manca l’aria, in tutti i sensi, bambine mie.

Ieri notte mi sono svegliata alle 4:30 con una colica dolorosissima. Non avevo mangiato nulla di che e credo che sia stata semplicemente la risposta del mio corpo alla tensione che stiamo vivendo tutti in questo momento.

Mi sono ripromessa di non leggere più notizie.

O almeno di non farlo prima di addormentarmi perché tutte quelle informazioni strazianti mi tengono sveglia e poi diventano incubi appena riesco a prendere sonno.

Nella notte le sirene delle ambulanze sembrano triplicare e il pensiero vola a chi sta male e che, solo, viene portato in fretta e furia in ospedale con una corsa disperata.

Prego che si plachi, che la smetta di fare tante vittime.

Prego che non ci tocchi e che smetta di fare tante morti e causare tanto dolore.

Ci sentiamo tutti così impotenti che il solo fatto di restare chiusi in casa, seppur ci venga chiesto solo e soltanto questo, mi sembra davvero troppo poco.

Ho discusso con vostro padre perchè vorrei andare a fare la volontaria.

Non mi metterei a rischio.

Essere volontari in una situazione del genere può voler dire anche solo portare farmaci, cibo, assistere il personale sanitario, dare una mano a costruire strutture d’accoglienza.

Insomma le cose da fare sono tantissime ma vostro padre si impanica troppo in queste situazioni e ha paura che io mi possa ammalare.

Io, devo essere onesta, ho paura per tutti tranne che per me stessa.

Mi sento così inutile.

Starmene qui a non far nulla mentre là fuori è l’inferno.

Ho letto proprio oggi un articolo scritto che segnalava la necessità di offrire sostegno psicologico a chi sta male.

Sembra quasi una banalità di fronte a chi negli ospedali sta morendo intubato, ma tenere conto del malessere psicologico degli altri è fondamentale.

Presto le persone inizieranno a patire questa privazione generale della libertà e si teme che tutto questo possa sfociare in gravissime depressioni.

Lato mio cerco di tenermi attiva, di godermi il tempo con voi, mai avuto prima se non durante i periodi di vacanza.

Mi godo tutto questo tempo mai avuto prima, la casa, pulisco e sistemo come una matta.

Leggo tantissimo e , come vedete, ho anche ripreso a scrivere.

Purtroppo, però, questa situazione di clausura mi porta a mangiare e bere più del solito e quindi, per rimediare, sono corsa ai ripari comprando cyclette ed ellittica.

Vediamo di sfogarci come possibile.

Tralasciando la situazione che respiriamo in casa nostra, che tutto sommato è serena e felice, credetemi se vi dico che là fuori è l’inferno.

I medici sono inarrestabili e fanno quello che possono con ritmi devastanti e non troppe misure in grado di tutelarli.

Si sa che sono circa un centinaio i medici di famiglia contagiati, senza contare i tantissimi operatori sanitari attualmente in quarantena e con la febbre.

Negli ospedali i pazienti vengono messi dove capita,  nell’atrio del pronto soccorso, in sala parto, nei corridoi e non è semplice poter garantire cure a tutti.

I più fragili, gli anziani e tutti coloro che mostrano patologie pregresse,  sono i primi a non farcela. I respiratori mancano.

Tutti si domandano cosa sia andato storto a Bergamo e cosa non abbia funzionato.

Le altre città lombarde sono al collasso, ma il numero di contagiati e di decessi risulta comunque lievemente inferiore rispetto a Bergamo, dove la situazione sembra ormai incontrollabile.

Il focolaio lombardo, il secondo dopo quello di Codogno, è divampato proprio ad Alzano Lombardo, nella Val Seriana, un piccolo comune che dista circa 5 Km da Città Alta.

Sui giornali ho letto che il 23 febbraio scorso, e quindi due giorni dopo lo scoppio del primo focolaio di Codogno, erano stati accertati due casi positivi di Covid19 all’ospedale “Pesenti Fenaroli” di Alzano Lombardo.
Uno dei due, lo veniamo a scoprire con immenso ritardo, sarebbe transitato dal pronto soccorso che, come abbiamo visto, rappresenta un terreno purtroppo molto fertile per il diffondersi di qualsiasi epidemia.
L’ospedale sarebbe stato immediatamente chiuso ma, poi, scelta inspiegabile, sarebbe stato riaperto appena due ore dopo senza nemmeno aver subito alcun intervento di sanificazione.
Ma non solo: nonostante i casi accertati nessuno si è posto la necessità di costruire o allestire nel pronto soccorso reparti e percorsi differenziati per i casi sospetti di coronavirus.
Nel giro di pochissimi giorni diversi operatori sanitari, sia infermieri che medici, sarebbero poi risultati positivi ai tamponi per Covid19.
La cosa più grave, però, è che tutte le persone transitate dal pronto soccorso dell’ospedale, quella domenica 23 febbraio, ignare di tutto, non avvisate, non visitate, sono tornate a casa dalle proprie famiglie.
Facile allora capire come si sia sviluppato così rapidamente il contagio dal momento che il giorno dopo, quelle stesse persone, completamente inconsapevoli, hanno continuato la loro vita di sempre fatta di lavoro, giri per la città, corse al paco, sessioni in palestra, viaggi e gite in altre regioni e così via.
E’ vero che Le scuole sono già chiuse da alcuni giorni in tutta la Lombardia, ma la gente continua a lavorare e soprattutto a uscire.

Nel frattempo nell’ospedale di Alzano Lombardo hanno iniziato ad ammalarsi tutti:  medici, infermieri, chi fa le pulizie, i portantini.

Si ammalano (e muoiono) anche pazienti che in ospedale ci erano arrivati per delle banalità.

E così, per un menefreghismo totale, il contagio si allarga a macchia d’olio a tutta la provincia.

Ma la situazione è diventata davvero grave una settimana dopo, quando si è iniziato a vedere un aumento esponenziale dei contagi.
Ad oggi Alzano Lombardo conta oltre 50 morti in tre settimane, sette volte la media.

I giorni antecedenti all’8 marzo, giorno in cui a tutti gli effetti la Lombardia tutta è stata chiusa, sono stati mal gestiti e le persone sono sembrate più interessate a capire se ci fosse effettivamente la zona rossa  piuttosto che a contenere i contagi. In molti raccontano, e non stento a crederlo visto che assisto allo stesso atteggiamento anche  a Milano, che non ci fosse alcuna percezione del pericolo e questo sicuramente non ha aiutato.

Sono preoccupata per Luisa e Baby che abitano a poco meno di 10 Km da Bergamo.

Per quanto lei non si muova quasi da casa, lui trascorre la sua giornata in farmacia e i rischi sono davvero elevati.

Luisa nelle ultime 48 h ha perso due zii e non vi dico la tristezza di sentirla così triste, soprattutto all’idea di dover consolare, in una situazione del genere e oltretutto nella distanza, sua madre in lacrime.

La famiglia di Luisa risiede in Valtellina e, come vedete, il virus non sta risparmiando alcuna regione di Italia, anzi dilaga e sembra persino acquistare forza.

Sono molto molto triste.

Da qualche settimana mia zia Laura, la sorella della nonna, non può andare dalla vostra bisnonna.

Mia nonna è infatti ospite di una casa di cura di Roma e lo stato attuale ha chiuso e impedito qualsiasi forma di visita.

Temiamo molto per la sua salute, ma abbiamo oltretutto paura che si senta abbandonata e che questo possa farle solo male.

Chissà se si sta rendendo conto di quello che accade.

Lei che la vita l’ha spremuta e vissuta con innato coraggio.

Lei che ha superato guerre orribili e pandemie gravissime.

Chissà se sa tutto quello che sta accadendo.

Chissà come andrà a finire e se ne usciremo davvero come dicono nel giro di poche settimane.

360 milioni di studenti non stanno andando a scuola e la ripresa della scuola e di ogni altra attività è stata spostata dal 3 di aprile a data da destinarsi.

L’incertezza e il fatto di non poter più contare su una data di fine rende tutto più complicato, doloroso e pesante.

Voi state iniziando a fare delle call con le vostre maestre e i vostri compagni.

E’ un bel modo per restare vicini e cercare di offrirvi una sorta di normalità che sta mancando del tutto.

Noi siamo provati dalle mattinate passate sui compiti, alternate dalla gestione delle vostre call e delle nostre di lavoro.

Ovviamente, poi, non è possibile vedere nessuno o uscire di casa, quindi abbiamo dovuto interrompere l’aiuto per le pulizie che ci dava una ragazza in questo periodo.

Ci siamo trasformati in due favolosi casalinghi: puliamo, laviamo e non ci fermiamo mai.

Spero (lo spero con tutto il cuore) di potervi scrivere presto che va tutto bene o, almeno, che le cose stiano migliorando.

con tanto, tantissimo amore.

mamma

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