San Cristóbal, città con il volto del post-guerra

di Odilia

Di Alex Vásquez
Tradotto da Odilia Quattrini

Traduco questo interessante articolo, come tributo alla città gentile di San Cristóbal, culla di uomini valorosi, coraggiosi e tenaci.
Con infinito affetto e ammirazione.
Odilia Quattrini

Basta percorrere San Cristóbal un paio di ore per sentirsi immersi in una specie di stato d’eccezione.

In ogni angolo si osservano gruppi di militari di guardia, altri percorrono le strade in moto.

E’ normale, mentre si aspetta che cambi la luce ad ogni semaforo, avere di fianco un furgone blindato.

Elicotteri sorvolano la città passando molto vicino alle case.

“Quando sono arrivati tutti quei militari (alcuni assicurano che siano stati 3.500) abbiamo saputo che non avremmo resistito”, racconta Roosevelt Villegas, residente della capitale tachirense che è stata toccata dalla repressione del governo.

Villegas è il magro, di fisionomia fine, che camminava per il quartiere Los Teques con una scatola per raccogliere denaro allo scopo di comprare materiali sanitari (n.d.t.: in Venezuela, gli ospedali sono carenti di tutto) e contribuire alla raccolta del denaro necessario per permettere di operarsi ad un’adolescente di 16 anni a cui uno sparo di pallini della Guardia Nacional Bolivariana ha distrutto un seno.

Villegas ha una mano bendata ed ancora gonfia.
Gliel’hanno operata per estrargli un pallino. Ne ha un altro in una spalla che non intende farsi estrarre ed ha ancora alcuni punti di sutura ad un centimetro e mezzo dell’occhio sinistro.

Alcune Guardie Nazionali che percorrono il quartiere a piedi lo fermano.
“Che cosa porta in quella scatola?” gli chiedono.
Il giovane di 28 anni risponde.
“Qualcosa avrà pur fatto quella ragazza”, assicura allora la GNB.
“Non lo so, ma prima di tutto è una dama”, aggiunge Villegas a chi, dopo averlo perquisito come tanti, lo lascia andare.

E’ un ingegnere industriale ed ebbe il ruolo di leader nella protesta di San Cristóbal che durante due mesi prese il sopravvento della città.

In tutto il Táchira si ripete la stessa storia. La GNB, il Cicpc e il Sebin realizzano irruzioni (la gente assicura che superano le 1000) per intimorire tutti quelli che hanno protestato.

Residenti dei quartieri di Pueblo Nuevo o Barrio Sucre, nelle cui case sono entrati funzionari, affermano che l’intenzione è quella di spaventare.

“Non le faremo niente, è soltanto perchè i cinos (ragazzi) non tornino a uscire”, ha detto un funzionario del Cicpc ad una donna a Barrio Sucre, facendo irruzione nella sua casa.

In zone come Barrio Sucre hanno fatto fronte agli oltre 3.000 militari inviati dal governo.

Quel settore, formato da case piccole ed edifici semplici, battezzato “sucrania” da alcuni, è stato quello che ha resistito per più tempo la repressione.

Sembra una città del post-guerra: vetri rotti, sassi sui pavimenti, graticole fognarie alzate, pali della luce divelti e semafori strappati.

La Strategia
Quelli che protestavano, dormivano a turni. Quelli che sorvegliavano avvisavano i vicini sull’arrivo delle guardie e dei colectivos.

A Barrio Sucre le guardie sono arrivate il 30 marzo in piena notte.

Passate le 3.00 del mattino è suonata la tromba e si sono alzate le urla: “Arrivano i figli di puttana”.

In quel momento la gente si è svegliata ed è uscita a difendere la zona.
Un gruppo di ragazzi si è sdraiato dietro la barricata principale e un altro ha fatto fronte alle guardie.

Quando i funzionari militari si sono avvicinati, ingannati dal fatto di vedere pochi giovani, si sono trovati faccia a faccia con molte più persone ad attenderli dietro alla barricata, che avevano bombe molotov in mano.

Dagli edifici lanciavano i “popotov”, borse piene di escrementi che al toccare il suolo scoppiavano, facevano vomitare le guardie.
La battaglia è durata ore. Ma la quantità di blindati e soldati li ha superati: il governo ha controllato l’ultima zona di cui aveva bisogno per ripulire la città.

Oggi non esistono strade con barricate.
Nel Barrio Chino, una spianata a nord della città, riposano i resti delle “trincee della libertà”, includendo il famoso container che hanno mosso per ostacolare una strada di Pueblo Nuevo.

“Hanno avuto bisogno di centinaia di militari per muoverlo, quando soltanto 20 ragazzi lo avevano messo lì, è una vergogna”, dice una vicina del quartiere Camino Real (dove è morto Jimmy Vargas), che ha preferito omettere la sua identità.

Ma la brutale repressione per porre fine alle barricate, le irruzioni e gli arresti posteriori soltanto fanno che “i gochos” siano ancora più molesti.

Se sono usciti a protestare per la carestia, l’inflazione, l’insicurezza e il contrabbando che patiscono ogni giorno, ora hanno un nuovo motivo.

“Questa calma è di tensione. Ci da un respiro per riprenderci e iniziare la fase 2. Questo è solo l’inizio”, afferma Villegas.

In una protesta sotto l’Obelisco (n.d.t. monumento donato dagli italiani alla città), svoltasi lo scorso giovedì, il dirigente studentesco di Táriba Miguel Galieta, ha assicurato che aspetteranno che i militari se ne vadano per tornare a bloccare la città: “Lo scopo di tutto questo è che ci sia un cambio del governo. Speriamo che il nostro agire possa risvegliare anche gli altri stati. Siamo stati d’esempio per il Venezuela e torneremo ad esserlo”.

Qual è la fase 2 delle proteste?
Non si tratta di qualcosa di improvvisato. Tutti i municipi si mantengono in contatto. Villegas non può raccontare e svelare la strategia, ma anticipa qualcosa:
“Le barricate tornano, ma con sacchi di sabbia, che manterremo bagnati. Tirare su quei sacchi è faticoso, l’idea è che si stanchino. L’idea è di collocarli e andarcene. E’ come quando con la fidanzata, uno non può stare sempre lì. Bisogna alimentare il desiderio”.

Soprannominata “Lola”
Martedì primo aprile il Cicpc ha fatto irruzione in 20 case nella parte alta di Barrio Sucre.
Il motivo?
“Si presumeva” che negli immobili ci fossero polvere da sparo, giochi pirotecnici, mortai, benzina, bottiglie, armi da fuoco, cellulari e qualsiasi altro materiale d’interesse criminalistico.

Alla casa di Lola Molina sono arrivati i funzionari con un’ordine di perquisizione che non riportava nemmeno il suo nome, ma diceva: “La cittadina soprannominata Lola”.

Molina assicura che non abbiano trovato nulla, nè a casa sua nè in quelle dei vicini.

Hanno detenuto due donne: una perchè si è rifiutata di aprire, per via dello “strano mandato di perquisizione” (in casa sua non c’era niente) e l’altra perchè sua figlia ha fotografato i funzionari con un cellulare.

Hanno anche detenuto i fratelli Gerson e Diego Manrique Rubio perchè avevano pistole da paintball in casa.

Molina si chiede chi abbia dato i nomi.
A Barrio Sucre e in ogni zona sotto protesta, assicurano i vicini, gli ufficialisti che vi risiedono hanno delle liste nominali di tutti coloro che hanno manifestato per consegnarle ai corpi di sicurezza.

Sono i “sapos” (n.d.t.: letteralmente rospi, si usa per definire i traditori), come vengono chiamati a San Cristóbal.

 

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