Leopoldo López accusa la dittatura venezuelana

di Francesca

Di Leopoldo Lopez, prigioniero politico venezuelano.

Tradotto da Odilia Quattrini

Sono stato un perseguitato politico dal regime chavista per oltre 10 anni.

Più di 20 dossier, processi politici, tentativi di omicidio dovutamente denunciati e mai risolti, assassinio morale da parte dei mezzi di comunicazione dello Stato e due inabilitazioni politiche nonostante avessi ottenuto una sentenza favorevole dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani per la violazione dei miei diritti alla difesa e alla partecipazione politica.

Per oltre un anno, dal gennaio del 2013, Nicolas Maduro ha espresso pubblicamente, addirittura su catene nazionali di radio e televisione, il suo desiderio di mettermi in galera per le opinioni emesse contro il suo Governo.

Fu in quel contesto di persecuzione permanente e di minaccia esplicita da parte di Maduro che si emise un ordine di cattura contro di me il 12 febbraio di questo anno.

Sono prigioniero per aver denunciato lo Stato venezuelano come corrotto, inefficiente, repressore e antidemocratico.

Sono prigioniero per aver denunciato a viva voce che in Venezuela non c’è democrazia, che i poteri pubblici sono stati sequestrati da una élite corrotta, inefficiente e anti-democratica, responsabile della grave crisi sociale, economica e politica che oggi subiamo tutti i venezuelani.

Sono prigioniero per aver denunciato che in Venezuela viviamo in dittatura.

Sono prigioniero per aver proposto un cambiamento profondo che passa dalla sostituzione di coloro che sono a carico di tutti i poteri pubblici.

Sono prigioniero per aver sollecitato la rinuncia o la sostituzione per la via costituzionale di Nicolas Maduro come presidente del Venezuela.

Sono prigioniero per aver fatto un appello al popolo venezuelano a uscire nelle strade a protestare, facendo uso del nostro diritto storico e costituzionale alla protesta, con l’obiettivo di raggiungere un cambiamento politico che garantisca pace, benessere e progresso per tutti i venezuelani.

Sono prigioniero per avere espresso idee, opinioni e proposte che oggi condivide la maggior parte dei venezuelani, che dall’indignazione chiedono un cambiamento profondo che permetta di instradare la nazione.

Sono prigioniero fisicamente, mi mantengono isolato e con restrizione severa di visite, ma nè ora nè mai potranno imprigionare la mia assoluta convinzione del fatto che abbiamo il diritto e il dovere di lottare per conquistare la democrazia e la libertà per il Venezuela.

Grazie a Dio non sono solo con queste idee, siamo milioni, siamo la maggioranza noi disposti a lottare per un cambiamento verso la democrazia.

Potranno imprigionare me ed altri mille ma mai potranno imprigionare lo spirito di lotta che attraverso i giovani e nell’avanguardia, oggi percorre le strade dei paesi, rioni e città di tutto il paese.

Il Venezuela ha già deciso di cambiare, quindi la mia prigionia e quella di molti altri, non è altro che la faccia di una dittatura ogni giorno più debole e con minore appoggio popolare, che pretende mantenersi al potere reprimendo, silenziando le voci critiche e criminalizzando la protesta.

L’accusa contro di me, fondata su vari discorsi che ho fatto fra il 23 gennaio e il 12 febbraio, ha come miglior difesa i miei stessi discorsi, letti o ascoltati dal loro inizio alla loro fine, senza che venissero sottoposti a manipolazione alcuna.

In quei discorsi, basati su un’analisi critica dell’attuale crisi, proposi un’uscita, un cambiamento politico definitivo, attivato dalle strade con azioni non violente e materializzatosi attraverso la convocazione popolare a una delle quattro alternative che offre la Costituzione per produrre un cambiamento di governo.

Il 23 gennaio facemmo un appello alla ribellione della nostra coscienza, alla ribellione dello spirito ottimista del popolo venezuelano, convinti del fatto che SÌ, possiamo avere un miglior Venezuela.

Un appello ad uscire nelle strade fatto in occasione dell’anniversario del 23 gennaio del 1958, celebrato da governo e opposizione, la data, cioè, in cui il popolo venezuelano si ribellò contro la dittatura di Marcos Pérez Jimènez.

Quel giorno convocammo i cittadini alla celebrazione, il 2 febbraio, di Assemblee Popolari in tutto il Venezuela per dibattere sulle opzioni all’uscita della crisi sociale, economica e politica che stiamo vivendo.

Il 2 febbraio si svolsero centinaia di assemblee in tutto il Venezuela, alcune grandi, altre meno, alcune in piazze, altre in case o strade.

In quelle assemblee parteciparono diverse organizzazioni, persone e partiti con diverse proposte.

La conclusione fu di assumere un compromesso di protestare pacificamente nelle strade per un miglior paese, fissando il 12 febbraio come la data per svolgere le prime manifestazioni.

In quell’occasione dissi: “Queste lotte, sorelle, fratelli, devono avere una conduzione ed una metodologia chiara, basata sulla non violenza.

La non violenza è il metodo di lotta più efficace che sia mai stato inventato dai popoli oppressi.

La non violenza non significa passività, la non violenza non significa stare nelle strade, la non violenza significa avere lo stato di coscienza tale da non permettere che ci manipolino”.

Il giorno 12 febbraio, proprio come avevamo convocato, migliaia di persone uscirono alle strade in tutto il Venezuela.

A Caracas, la manifestazione iniziò in Plaza Venezuela.

Da lì andammo verso la sede principale del Ministero Pubblico, proprio come era stato notificato alle autorità.

Lì manifestammo, in pace e senza violenza, durante oltre due ore, poi ci ritirammo in pace.

I fatti violenti avvennero dopo la nostra partenza e in essi il governo di Nicolas Maduro è compromesso.

Oltretutto, ciò che salta all’occhio rispetto alla narrazione dei fatti da parte del Governo nella sua accusa contro di me, è che viene omesso completamente il fatto più rilevante accaduto quel giorno:
l’uccisione di due cittadini venezuelani, Juan Montoya e Bassil Da Costa, perpetrata da funzionari della polizia politica del Governo.

Il Governo tace anche sul fatto che da quella data fino ad oggi 42 venezuelani sono stati uccisi nelle proteste di strada, che migliaia sono stati detenuti, torturati e processati e che più di un centinaio si trova ancora privo di libertà per esercitare il diritto costituzionale a protestare.

Nel mio caso, non ho nulla da rettificare a quanto detto e fatto.

Se è un reato denunciare la corruzione, l’inefficienza, la perdita di libertà e la vocazione antidemocratica di chi governa, mi assumo la mia responsabilità.

Allo stesso modo mi dichiaro responsabile di avere convocato alla protesta, alla strada, con l’intenzione di uscire a conquistare la democrazia e la libertà per tutti i venezuelani.

Sono innocente dei reati che mi vengono imputati, ma non mi aspetto niente da un sistema giudiziario composto da alcuni tribunali, un Ministero Pubblico e di un Difensore del Popolo, altamente corrotti, sequestrati e manipolati dal governo di Nicolas Maduro.

Sono, assieme a centinaia di compagni, un prigioniero politico, un prigioniero di coscienza.

Leopoldo López Mendoza
Carcere di Ramo Verde
Los Teques, Venezuela.

 

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