Venezuela, il prezzo del riscatto cubano

di Francesca

 

Ringrazio di cuore Odilia Quattrini per la traduzione di questo interessantissimo articolo, scritto dal giornalista Antonio Navalòn de El País.

Venezuela, il prezzo del riscatto cubano

C’era una volta un colonnello che, basandosi sulla fame del suo popolo e nel fatto che coloro che abitavano delle baracche era maggioranza, fece un colpo di stato.

C’era una volta un colonnello che al momento di arrendersi disse che, per ora, il colpo sarebbe finito.

C’era una volta un paese posseduto dai deliri folli – secondo il modello di Ronald Reagan -, per cui un vecchio, per vecchio che fosse, Rafael Caldera, poteva essere presidente.

C’era una volta un paese che vide, una e più volte, come la sua classe dirigente lo deludeva.

Il Venezuela non è presente sulle prime pagine.dei giornali se non a colpi di sangue, frustrazione e morte.

Questo è logico.
IVenezuela è un paese ricco; possiede molto, molto petrolio; molto, molto futuro; molto, molto territorio e poca, poca popolazione.

Perchè sembra che sia più importante la crisi ucraina che quella venezuelana?
E’ forse perchè si trova alla destra di Putin? E’ forse perchè si trova alla sinistra di Obama?

No, semplicemente la ragione è che l’America da molti anni, nessuno ha la necessità di prenderla sul serio.

Le morti di quest’ultima rivolta non sono servite a nulla?
No, certo che no.

Quello che accade è che tutti nel mondo stiamo commettendo errori di calcolo fondamentali: l’ 11 settempre del 2001 George Walker Bush lasciò l’America Latina alla sua sorte.
A partire da quel momento, dietro alla caduta delle torri gemelle, tutti i referimenti di guerra e pace, decenza ed indecenza sono cambiati drammaticamente.

Hugo Chàvez, senza l’attentato terroristico, non avrebbe mai potuto essere quello che fu.

L’ex dirigente fu l’espressione dei limiti di un popolo.

Appartenere all’Esercito era il solo modo per mangiare e salire di gerarchia in Venezuela.

Quanto più si era sfortunati, più successo si aveva dentro all’Esercito.

E Chàvez iniziò con i suoi deliri di grandezza.

E Chàvez cominciò a leggere la storia di Bolivar.

Chàvez seppe sempre che la frontiera fra le ‘scimmie’ dei ranchos che circondano Caracas e l’altro mondo, dove abitano i chiamati ‘sifrinos’ (benestanti) – Prados del Este, Chacao, Altamira – sarebbe stato il suo cantiere naturale, non soltanto di voti, ma di ragioni storiche per fondare il suo regime.

I calcoli di Chàvez risultarono azzeccati: in Venezuela gli ‘sfortunati’ erano di più dei fortunati.

Il problema è che i fortunati del Venezuela credevano e pensavano che fosse un diritto naturale esserlo e che gli altri fossero semplicemente sfortunati mentre loro continuavano a stare bene.

E Chàvez, che non poteva chiederlo a Bolìvar, scoprì che poteva chiedere a Castro.

E Castro scoprì che grazie all’ignoranza e alla voglia di trascendere di Chávez, il suo popolo (i cubani) poteva davvero, avere una seconda opportunità.

C’era una volta un continente lasciato nelle mani di Dio, si chiama America.

L’America che parla spagnolo, che finchè Fidel Castro, l’imbarcazione Granma e l’apoggio che diede il Messico gli permise di sterminare Batista, aveva una storia di grande sdegno di fronte all’impero americano.

Castro non si piegò mai l’America.
L’ America l’ha piegata Osama Bin Laden, distruggendo le Torri.

A partire da quel momento, tutti abbiamo cominciato a vivere in un mondo nuovo.

Chàvez ha giocato sapendo sempre che ci fosse un limite.
L’unico limite che mai pensò potesse capitare proprio a lui si chiama cancro, quello stesso che pose fine alla sua vita e che mise il Venezuela nella situazione in cui si trova.

Ma Chávez da solo non basta a spiegare la situazione attuale.

Chávez più Castro nemmeno.

Chávez più Castro più Bush, nemmeno.

Per capire l’attuale crisi venezuelana, è necessario capire la nuova mappa del mondo.

Credo che la mappa del nuovo mondo sia molto semplice.

Dissento, seppur con rispetto, con tutti coloro che attribuiscono a Cuba la continuità del sistema chavista.

Personalmente considero che sarà Cuba, con Raùl Castro in testa, a consegnare la rivoluzione chavista agli Stati Uniti, in cambio dello sblocco di Cuba.

Il prezzo della normalizzazione politica con Cuba è il Venezuela.

E questo è ciò che nè Maduro, nè Cabello, nè i leader antichavisti hanno ancora capito.

Continueranno a morire giovani in Venezuela? Spero pochi.
Si trovano soli gli studenti venezuelani? Nonostante il grande appoggio che hanno- soprattutto dei giovani latinoamericani- sì, vivono nella solitudine, che significa che per ora -almeno-, nessuno ha capito quel che c’è nel fondo e questo li rende vulnerabili.

Tutti partono dal fatto che Cuba sostiene il Venezuela.
Io sostengo che Cuba consegnerà il Venezuela.
Perchè?
Perchè è l’unica maniera di ottenere la normalizzazione politica dei Caraibi.

Nel frattempo continuerà ad esserci morte. Ma come ci insegna la Storia, il potere non si perde quando la gente inizia a sparare, ma bensì quando la gente dubita.

Ebbene, in Venezuela i poliziotti, le guardie nazionali repubblicane iniziano a dubitare. Questo è il primo sintomo del fatto che la situazione può cambiare.

Come si potrebbe perpetuare la rivoluzione chavista, che fu sempre una messa in scena televisiva con rischi calcolati?

Si potrebbe riuscire se i battaglioni chavisti riuniti intorno alle missioni, avessero la direzione militare adeguata e se per i cubani non fosse meglio consegnare il Venezuela, piuttosto che consegnare Cuba.

In qualche momento, in qualche luogo sentiremo che ci sono conversazioni di pace.

Quelle conversazioni avranno, come succede al presidente Santos e alla Colombia con le FARC, un garante: Cuba.

Per il paese caraibico il problema non è la normalizzazione economica, democratica o politica della sua isola.

Il problema è vendere ad alto e caro prezzo l’influenza politica che possiede sul continente.

E questo ha due assi fondamentali: uno è la Colombia e l’altro, soprattutto, è il petrolio venezuelano.

Lo sappia o no Maduro (sempre che abbia mai saputo qualcosa), le campane suonano per lui.

Ma non suonano nè si suonano a Washington.
Suonano e si suonano a La Havana.

Chàvez l’ha sempre saputo, ma è morto sulla cresta del sogno.
Chàvez, come Evita, non si sveglierà mai.

Così come per Evita venne organizzato un grande evento funebre, del quale soltanto si alzò il piedistallo, adesso si ha l’impressione che la tomba di Chàvez stia diventando il sepolcro del suo stesso regime.

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